{"id":62731,"date":"2013-04-17T00:00:00","date_gmt":"2013-04-17T00:00:00","guid":{"rendered":""},"modified":"2013-04-17T00:00:00","modified_gmt":"2013-04-17T00:00:00","slug":"luigi-ambrosoli-cattaneo-e-la-frontiera-svizzera","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/staging.varesenews.it\/2013\/04\/luigi-ambrosoli-cattaneo-e-la-frontiera-svizzera\/62731\/","title":{"rendered":"Luigi Ambrosoli, Cattaneo e la frontiera svizzera"},"content":{"rendered":"<p><strong><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"200\" height=\"255\" vspace=\"5\" hspace=\"5\" border=\"1\" align=\"left\" alt=\"\" src=\"https:\/\/www3.varesenews.it\/immagini_articoli\/201304\/luigi_ambrosoli.jpg\" \/><a href=\"http:\/\/www3.varesenews.it\/varese\/articolo.php?id=69112\">Dante Isella<\/a><\/strong>, di tre anni pi&ugrave; giovane di <strong>Luigi Ambrosoli<\/strong>, gli &egrave; stato amico per tutta la vita. I due avevano frequentato lo stesso liceo classico&nbsp;in Varese, citt&agrave; natale di entrambi,&nbsp;e dopo la guerra si erano ritrovati, ancora a Varese, a condividere&nbsp;il clima di attesa, di speranze, di&nbsp;entusiasmi che caratterizz&ograve; quella stagione. Nel febbraio del 1994,&nbsp;celebrando Ambrosoli nel corso di&nbsp;una cerimonia presso l&rsquo;<strong>Universit&agrave; di Verona<\/strong>, Isella rievoc&ograve; una loro&nbsp;esperienza giovanile maturata&nbsp;in quegli anni lontani. All&rsquo;inizio del 1948 si erano ritrovati insieme impegnati&nbsp;nel progetto di una rivista,&nbsp;della quale, contrariamente alle loro intenzioni, vide la luce solo il primo&nbsp;numero. Si chiam&ograve; <strong>&ldquo;Provincia.&nbsp;Arti e Lettere&rdquo;<\/strong>. Accanto alle firme di Isella e di Ambrosoli figuravano&nbsp;quelle di <strong>Vittorio Sereni<\/strong>, <strong>Domenico&nbsp;Bulferetti, Giuseppe Bortoluzzi, Silvio&nbsp;D&rsquo;Arco Avalle, Emilio Bortoluzzi,&nbsp;Guido Morselli,<\/strong> <strong>Franco Gandini&nbsp;e Piero Chiar<\/strong>a. Proprio quest&rsquo;ultimo&nbsp;firm&ograve; uno dei testi pubblicati&nbsp;in prima pagina, Bilancio di alcune&nbsp;speranze, che si concludeva con una&nbsp;riflessione sulla dimensione di confine&nbsp;del territorio di Varese. Molti esuli o rifugiati avevano oltrepassato&nbsp;quel confine all&rsquo;indomani <strong>dell&rsquo;8&nbsp;settembre del 1943<\/strong> (e tra questi lo stesso scrittore luinese), per poi far&nbsp;ritorno in Italia, alla fine della guerra,&nbsp;portandosi dietro profondi legami&nbsp;di amicizia con quella terra ospitale&nbsp;appena al di l&agrave; del fiume Tresa&nbsp;ed uno sguardo mutato, in grado di&nbsp;abbracciare pi&ugrave; vasti orizzonti:&nbsp;Noi gente di confine siamo affezionati&nbsp;alla &ldquo;frontiera&rdquo;, ma non per un suo&nbsp;valore di limite o di baluardo, bens&igrave;&nbsp;perch&eacute; ce ne &egrave; sempre venuta una caratteristica di internazionalit&agrave;, oggi&nbsp;pi&ugrave; che mai attuale e densa di avvenire,&nbsp;in un tempo che spera soltanto&nbsp;dalla felice complicit&agrave; dei popoli&nbsp;nella pace, la sua pericolante salute.&nbsp;Il considerare <strong>la frontiera non come&nbsp;linea di separazione bens&igrave; come&nbsp;punto di contatto<\/strong>, come soglia da attraversare,&nbsp;doveva essere un&rsquo;idea&nbsp;condivisa dallo stesso Ambrosoli. Anzi, per lo storico varesino, questa&nbsp;disposizione della sua terra d&rsquo;origine&nbsp;a configurarsi come crocevia era&nbsp;la cifra stessa di quel paesaggio, della&nbsp;sua geografia. Quando infatti, sul&nbsp;finire della sua vita, consegn&ograve; un&rsquo;agile&nbsp;storia &ldquo;millenaria&rdquo; della sua citt&agrave;,&nbsp;Luigi Ambrosoli sottoline&ograve; come &quot;il territorio in cui sorse Varese&nbsp;[fosse stato], sin dalla preistoria,&nbsp;per quanto le testimonianze sono in&nbsp;grado di precisare, una zona aperta&nbsp;dalla quale provenivano richiami&nbsp;che era difficile non accogliere&quot;.<br \/>\nGli anni della guerra avevano&nbsp;rappresentato un importante momento di formazione per Luigi Ambrosoli.&nbsp;Nato nel 1919, dopo il liceo&nbsp;aveva proseguito gli studi presso l&rsquo;Ateneo milanese, dove fondamentali&nbsp;erano stati gli incontri con Antonio&nbsp;Banfi e Federico Chabod. E possiamo&nbsp;immaginare come proprio la&nbsp;lezione e l&rsquo;esempio dello storico originario della <strong>Val d&rsquo;Aosta<\/strong>, approdato&nbsp;alla<strong> facolt&agrave; di Lettere dell&rsquo;Universit&agrave;&nbsp;di Milano nel 1938<\/strong>, siano stati determinanti&nbsp;per l&rsquo;itinerario intellettuale&nbsp;e politico del giovane varesino, che&nbsp;alla vigilia di uno dei periodi pi&ugrave; infelici&nbsp;della storia nazionale, nel giugno&nbsp;del 1943, si laure&ograve; mentre ancora&nbsp;prestava il servizio militare.&nbsp;Nell&rsquo;abbandonare la cattedra&nbsp;universitaria per arruolarsi in una&nbsp;formazione partigiana valdostana&nbsp;nell&rsquo;inverno <strong>del 1944<\/strong>, <strong>Chabod <\/strong>aveva&nbsp;scritto all&rsquo;amico <strong>Ernesto Sestan<\/strong>: &laquo;Se vorremo potremo risorgere, ed&nbsp;&egrave; dovere innanzitutto di noi, uomini&nbsp;di studio, di lavorare perch&eacute; questo volere ci sia, nei giovani almeno&nbsp;a cui &egrave; affidato un compito arduo&raquo;.<\/p>\n<div>Luigi Ambrosoli fu uno di quei giovani&nbsp;intellettuali che si fecero carico&nbsp;delle responsabilit&agrave; imposte dal momento&nbsp;storico, addentrandosi in un&nbsp;mondo che, pur nello stesso spazio&nbsp;in cui aveva sempre vissuto, scopriva&nbsp;per la prima volta: quante cascine frequentate in quei&nbsp;mesi per ritrovare amici e compagni&nbsp;e comunicare le reciproche intenzioni!&nbsp;Non avevo mai immaginato che a&nbsp;dieci anni dalla scomparsa dello studioso varesino&nbsp;Luigi Ambrosoli e la frontiera.&nbsp;<br \/>\nEd &egrave; ancora negli anni del dopoguerra&nbsp;che andranno precisandosi&nbsp;gli interessi verso quegli aspetti della&nbsp;storia d&rsquo;Italia (il movimento democratico,&nbsp;poi declinato nell&rsquo;esperienza&nbsp;socialista, e il movimento cattolico),&nbsp;destinati a diventare i sentieri&nbsp;pi&ugrave; battuti dall&rsquo;uomo di studio.<\/div>\n<div>&Egrave; a quell&rsquo;epoca che risalgono i primissimi&nbsp;interventi, inizialmente nella&nbsp;forma di recensioni o rassegne bibliografiche,&nbsp;su quell&rsquo;autore cui sar&agrave;&nbsp;legato da una lunghissima fedelt&agrave;:<strong>&nbsp;Carlo Cattaneo.<\/strong> Del resto, solo&nbsp;dopo la liberazione Ambrosoli aveva&nbsp;potuto mettersi alla ricerca dei&nbsp;testi dello scrittore lombardo, che&nbsp;aveva sentito evocare per la prima&nbsp;volta nel corso delle lezioni milanesi&nbsp;di <strong>Chabod <\/strong>e di <strong>Antonio<\/strong> <strong>Monti<\/strong>, docente&nbsp;di storia del <strong>Risorgimento<\/strong>.<\/div>\n<div>Di l&igrave; a poco, nel <strong>1959<\/strong>, avrebbe visto&nbsp;la luce, per i tipi <strong>Ricciardi di Raffaele&nbsp;Mattioli<\/strong>, il volume &quot;La formazione&nbsp;di <strong>Carlo Cattaneo&quot;<\/strong>.&nbsp;Ma scorrendo l&rsquo;elenco delle pubblicazioni&nbsp;dello studioso varesino,&nbsp;si scopre che, sempre nello stesso&nbsp;giro d&rsquo;anni, iniziarono a comparire&nbsp;suoi scritti su giornali e riviste della&nbsp;vicina Svizzera italiana: &ldquo;<strong>Giornale&nbsp;del popolo<\/strong>&rdquo;, <strong>&ldquo;Libera stampa&rdquo;, &ldquo;Svizzera&nbsp;italiana&rdquo;, &ldquo;Archivio storico della&nbsp;Svizzera italiana&rdquo;, &ldquo;Bollettino Storico&nbsp;della Svizzera Italiana&rdquo;, &ldquo;Corriere&nbsp;del Ticino<\/strong>&rdquo; (con quest&rsquo;ultima&nbsp;testata intrattenne un&rsquo;intensa collaborazione&nbsp;durata quasi un ventennio).<\/div>\n<div>L&rsquo;incontro con la <strong>Svizzera <\/strong>e gli&nbsp;svizzeri ha ragioni profonde: culturali&nbsp;nel senso pi&ugrave; pieno di questa parola.&nbsp;Il <strong>Cantone Ticino<\/strong> fu meta privilegiata&nbsp;per l&rsquo;emigrazione politica&nbsp;italiana a partire dalla fine del Settecento.&nbsp;Un&rsquo;emigrazione importante&nbsp;sotto il profilo qualitativo (per le&nbsp;personalit&agrave; di spicco che in stagioni&nbsp;politiche diverse attraversarono la&nbsp;frontiera) e per dimensioni. Lo sottoline&ograve;&nbsp;lo stesso Ambrosoli nel recensire&nbsp;il primo volume di Giuseppe&nbsp;Martinola, Gli esuli italiani nel&nbsp;Ticino, dedicato al periodo 1791-&nbsp;1847 e pubblicato nel 1980:&nbsp;<em>Accanto ai grandi esuli dei quali si fa&nbsp;pi&ugrave; spesso il nome, ci sono centinaia&nbsp;di italiani costretti a varcare la frontiera&nbsp;per sottrarsi ad arresti, a persecuzioni,&nbsp;a condanne persino capitali,&nbsp;che hanno ritenuto, pensando certo che si parlava la stessa lingua, che vi&nbsp;era una cultura comune e dei costumi&nbsp;affini, di scegliere il Ticino come&nbsp;luogo in cui trascorrere il periodo di&nbsp;obbligata lontananza dalla patria.<\/em><\/div>\n<div>Tra i &ldquo;<strong>grandi esuli<\/strong>&rdquo;, figurava ovviamente&nbsp;il suo <strong>Cattaneo<\/strong>, insediatosi&nbsp;a <strong>Lugano sul finire del 1848<\/strong>,&nbsp;per poi trasferirsi nella vicina Castagnola&nbsp;un anno dopo e col&agrave; risiedervi&nbsp;sino alla morte, sopraggiunta&nbsp;nel 1869. E Cattaneo rappresent&ograve;&nbsp;per Ambrosoli un&rsquo;occasione ulteriore&nbsp;per rendere pi&ugrave; solidi e saldi i&nbsp;legami che pure gi&agrave; aveva annodato&nbsp;con la Svizzera italiana. Il rigore&nbsp;storico, critico e filologico con cui&nbsp;aveva condotto l&rsquo;attivit&agrave; di editore e&nbsp;interprete del pensiero e dell&rsquo;opera&nbsp;di Cattaneo, ebbe come esito naturale&nbsp;il suo arruolamento nel <strong>Comitato&nbsp;italo-svizzero<\/strong> per la pubblicazione&nbsp;delle opere di Carlo Cattaneo.<\/div>\n<div><strong>Nel novembre del 2001<\/strong>, pochi mesi&nbsp;prima della sua morte, avvenuta&nbsp;nel maggio dell&rsquo;anno successivo,&nbsp;lo studioso varesino fece<strong> la sua ultima&nbsp;apparizione pubblica a Lugano<\/strong>:&nbsp;ancora una volta per parlare del&nbsp;suo autore, a conclusione del convegno&nbsp;internazionale per il bicentenario&nbsp;della nascita di Cattaneo. Il convegno&nbsp;aveva esordito a Milano e in&nbsp;quella occasione il Presidente della&nbsp;Repubblica italiana, <strong>Carlo Azeglio&nbsp;Ciampi<\/strong>, volle conferire ad <strong>Ambrosoli&nbsp;e a Norberto Bobbio<\/strong> una medaglia&nbsp;di benemerenza quale riconoscimento&nbsp;solenne per il loro contributo&nbsp;alla diffusione, alla conoscenza&nbsp;e all&rsquo;interpretazione dell&rsquo;opera&nbsp;del grande intellettuale lombardo.<\/div>\n<div>Anche il Cattaneo di Ambrosoli&nbsp;era in un certo qual modo un <strong>Cattaneo&nbsp;di frontiera<\/strong>, non rinchiuso&nbsp;nel recinto del localismo n&eacute; appiattito&nbsp;su etichette identitarie, tristemente&nbsp;di moda nell&rsquo;Italia degli ultimi&nbsp;vent&rsquo;anni. &ldquo;L&rsquo;insistenza sul binomio&nbsp;Cattaneo-Lombardia &ndash; avvertiva&nbsp;Ambrosoli &ndash; pu&ograve; fare correre il&nbsp;rischio di collocare il Milanese in&nbsp;uno spazio storico e geografico limitato,&nbsp;mentre il respiro della sua&nbsp;opera va ben oltre la sua regione e&nbsp;la stessa Italia perch&eacute; egli si rivolge&nbsp;soprattutto all&rsquo;Europa e ha quale&nbsp;aspirazione che Milano e l&rsquo;Italia tengano&nbsp;il passo con l&rsquo;Europa&rdquo;.<\/div>\n<div><strong>L&rsquo;idea del territorio dialogante<\/strong>&nbsp;con il mondo doveva essere in&nbsp;qualche modo congenita in Ambrosoli&nbsp;e in quanti, come lui, avevano&nbsp;vissuto claustrofobicamente gli anni&nbsp;dell&rsquo;Italia fascista e poi della Repubblica&nbsp;sociale. Anni in cui il confine con la Svizzera, per chi viveva&nbsp;nel Varesotto, rappresent&ograve; la linea&nbsp;di demarcazione con il mondo libero.<\/div>\n<div>A questo tema Luigi Ambrosoli,&nbsp;in qualit&agrave; di <strong>Presidente dell&rsquo;Istituto&nbsp;varesino per la storia dell&rsquo;Italia <\/strong>contemporanea e del movimento di liberazione&nbsp;(associazione da lui fondata<br \/>\nnel 1979 e che oggi a lui &egrave; intitolata),&nbsp;volle dedicare un pubblico&nbsp;dibattito nell&rsquo;ottobre del 1984, chiamando&nbsp;a discuterne <strong>Guido Bustelli,&nbsp;Piero Chiara, Carlo Musso ed Elisa&nbsp;Signori<\/strong>. In quella sede, lo storico varesino&nbsp;ricostru&igrave; il ruolo che la vicina&nbsp;Svizzera aveva avuto durante gli anni&nbsp;del fascismo e nella stagione successiva&nbsp;<strong>all&rsquo;8 settembre del 1943.<\/strong> Il&nbsp;territorio elvetico rappresent&ograve; allora&nbsp;un <strong>&ldquo;retroterra neutrale&rdquo;<\/strong> (la felice&nbsp;definizione &egrave; dello stesso Ambrosoli), che, nel concedere protezione e&nbsp;salvezza, offr&igrave; un&rsquo;importante occasione&nbsp;di elaborazione e confronto&nbsp;alle forze antifasciste, che l&igrave; potettero&nbsp;godere della piena libert&agrave; di azione.<\/div>\n<div><strong><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"200\" height=\"287\" vspace=\"5\" hspace=\"5\" border=\"1\" align=\"right\" alt=\"\" src=\"https:\/\/www3.varesenews.it\/immagini_articoli\/201304\/luigiambrosolilibro.jpg\" \/>I profughi trovarono accoglienza&nbsp;anche in giornali e riviste<\/strong>, diedero&nbsp;vita ad iniziative culturali, al fenomeno&nbsp;delle cosiddette &ldquo;colonie&nbsp;libere&rdquo; (forme organizzative simili&nbsp;alle vecchie societ&agrave; di mutuo soccorso),&nbsp;all&rsquo;universit&agrave; italiana in esilio,&nbsp;la cui autorevolezza era garantita&nbsp;dai nomi di <strong>Gustavo Colonnetti,&nbsp;Francesco Carnelluti, Alessandro Levi, Amintore Fanfani, Mario Toscano,<\/strong><\/div>\n<div><strong>Mario Fubini, Concetto Marchesi,&nbsp;Luigi Einaud<\/strong>i e molti altri ancora.&nbsp;Come avrebbe ricordato <strong>Dante&nbsp;Isella<\/strong>, anch&rsquo;egli internato militare&nbsp;in Svizzera nel settembre del&nbsp;1943, appena al di l&agrave; del confine la&nbsp;giovent&ugrave; italiana che aveva attraversato&nbsp;il fascismo e la guerra poteva&nbsp;finalmente ricomporre i frammenti&nbsp;di esistenze &ldquo;deragliate sui binari&nbsp;dell&rsquo;inganno e dell&rsquo;odio&rdquo; intorno&nbsp;&ldquo;a verit&agrave; minime, ma certe&rdquo;: &ldquo;L&igrave; noi&nbsp;Italiani avevamo, inebriante, la sensazione&nbsp;che la vita ci stesse inaspettatamente&nbsp;risarcendo della nostra&nbsp;giovent&ugrave; ingannata&rdquo;.&nbsp;<br \/>\nSu corde emotive non dissimili&nbsp;anche <strong>Piero Chiara<\/strong> aveva modulato&nbsp;il ricordo del momento in cui si era&nbsp;lasciato alle spalle l&rsquo;Italia ed aveva&nbsp;oltrepassato il fiume Tresa. Le volle&nbsp;riproporre Luigi Ambrosoli nell&rsquo;avviare&nbsp;il dibattito cui si faceva cenno&nbsp;poc&rsquo;anzi:&nbsp;<em>Non mi accorsi dell&rsquo;alba che trovai&nbsp;<\/em><em>raggiante davanti quando misi piede&nbsp;sul primo sentiero. Invadeva il triangolo&nbsp;<\/em><em>di cielo della valle del Tresa ed&nbsp;io vi andavo incontro veloce, scivolando&nbsp;<\/em><em>e cadendo sul terreno bianco&nbsp;di brina<\/em>.<\/div>\n<div>In quegli anni difficili, avrebbe ricordato&nbsp;Ambrosoli nel suo ultimo&nbsp;volume, quando il conflitto assunse&nbsp;anche la tremenda dimensione della&nbsp;guerra civile, il territorio di Varese&nbsp;pot&eacute; sfruttare al meglio la naturale&nbsp;propensione ad essere un crocevia,&nbsp;riuscendo a mantenere aperti,&nbsp;nei mesi dell&rsquo;occupazione nazista, &ldquo;i&nbsp;canali di comunicazione tra Milano&nbsp;e la Svizzera attraverso i quali il <strong>Comitato&nbsp;di Liberazione per l&rsquo;Alta Italia&nbsp;<\/strong>(Clnai) mantenne i contatti con&nbsp;i rappresentanti alleati in territorio&nbsp;elvetico&rdquo;.&nbsp;Del resto, anche l&rsquo;idea di dover&nbsp;attraversare i &ldquo;recinti&rdquo;, del non poter&nbsp;delimitare con linee di confine la&nbsp;&ldquo;nazione delle intelligenze&rdquo;, gli derivava&nbsp;dalla lunga frequentazione del&nbsp;Cattaneo.<\/div>\n<div>&nbsp;<\/div>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Mercoled\u00ec 17 aprile alle ore 18 al Salone Estense si terr\u00e0 la presentazione del libro  \u201cLuigi Ambrosoli per la Storia dell\u2019Italia&#8221; (Franco Angeli) di Carlo G.Lacaita ed Enzo R. 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