{"id":953060,"date":"2020-08-11T10:58:12","date_gmt":"2020-08-11T08:58:12","guid":{"rendered":"https:\/\/www.varesenews.it\/?p=953060"},"modified":"2020-08-11T10:58:12","modified_gmt":"2020-08-11T08:58:12","slug":"ventenni-fondammo-gulliver","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/staging.varesenews.it\/2020\/08\/ventenni-fondammo-gulliver\/953060\/","title":{"rendered":"Noi ventenni fondammo il Gulliver"},"content":{"rendered":"<p>Quando nel febbraio del1986 fondammo la cooperativa Gulliver non potevamo immaginare cosa sarebbe diventata. Eravamo un piccolo gruppo di ventenni con esperienze diverse alle spalle. Molta passione per il sociale e le battaglie pacifiste. Ci rendevamo conto che il problema delle dipendenze era esploso senza che ci fossero risposte concrete.<\/p>\n<p>All\u2019epoca, ogni giorno<strong> i giornali raccontavano di morti per overdose e Varese era ai vertici di quei tristi primati<\/strong>. Ed erano i giovani a pagare il prezzo pi\u00f9 alto. Poi, come non bastasse, <strong>dal 1984 arriv\u00f2 l\u2019Aids a mietere altre vittime<\/strong>.<\/p>\n<p><strong>Eravamo convinti che andasse trovata una risposta<\/strong> e non bastava la sola azione politica. In quel periodo facevo il servizio civile al Nucleo Operativo Tossicodipendenze. Tutta l\u2019attivit\u00e0 era svolta nei locali della portineria dell\u2019ex ospedale psichiatrico di via Ottorino Rossi. Uno psicologo, due medici, due infermiere, una assistente sociale e due obiettori di coscienza per dare le risposte a centinaia di persone che arrivavano a chiedere una mano.<\/p>\n<p>Nel nord Italia le esperienze maggiori erano legate al <strong>Gruppo Abele di don Ciotti<\/strong> e a <strong>Comunit\u00e0 nuova di don Rigoldi.<\/strong> Due sacerdoti impegnati da sempre a fianco delle persone pi\u00f9 fragili. Poi <strong>c\u2019era un terzo prete, molto pi\u00f9 \u201ctradizionale\u201d e tosto che operava a Roma da diversi anni: don Mario Picchi e il suo Ceis<\/strong>. Nel 1979 aveva fondato <strong>Progetto uomo<\/strong> e aperto diverse comunit\u00e0 e centri in Italia. Era diventato un punto di riferimento per tante realt\u00e0. Una risposta strutturata e terapeutica. <strong>Lontana gli anni luce da San Patrignano di Vincenzo Muccioli<\/strong> che tanto faceva parlare di s\u00e9.<\/p>\n<p>Il servizio pubblico conosceva bene il Ceis perch\u00e9 molti ragazzi di Varese e provincia andavano al centro San Crispino di Viterbo. La scintilla arriv\u00f2 da l\u00ec e ne fui protagonista visto che Viterbo era la mia terra e ci tornavo spesso. <strong>Quel gruppo di ragazzi di cui parlavo incontr\u00f2 l\u2019associazione famiglie che era guidata da Gianfranco Nicora<\/strong> e iniziammo insieme un percorso per cercare di aprire un centro a Varese. Da Roma per\u00f2 la risposta fu categorica: \u201cdovete trovare un prete. Non vogliamo avere interlocutori del servizio pubblico\u201d. La delusione del dottor Motta, che allora guidava il NOT fu pesante, ma non c\u2019erano margini di trattativa.<\/p>\n<p><strong>Fu allora che venne fuori il nome di don Michele Barban.<\/strong> Era un sacerdote conosciuto e considerato \u201calternativo\u201d, vicino alle comunit\u00e0 di base di Busto Arsizio, poi era stato mandato a fare il parroco a Coarezza. Ricordo come ora il primo incontro proprio nei locali della sua parrocchia dopo che era stato contattato per valutare la sua disponibilit\u00e0.<\/p>\n<p>La trafila con Roma fu lunga e complessa, ma <strong>don Michele aveva rotto gli indugi e in poco tempo aveva trovato le prime risposte<\/strong>. Ci fu un gran coraggio da parte dei primi operatori volontari. <strong>Anna, Lucia, Francesca lavoravano nel pubblico e lasciare un lavoro certo per un\u2019avventura senza garanzie non era cosa da poco<\/strong>, ma nel giro di pochi mesi il progetto prese il via.<\/p>\n<p><strong>Nel febbraio del 1986 arriv\u00f2 la formalizzazione con la cooperativa<\/strong>. Subito dopo i primi di noi iniziarono a seguire il corso a Castel Gandolfo alla Casa del sole, il centro di formazione del Ceis. <strong>Il 19 maggio venne aperta l\u2019accoglienza nei locali sotto la chiesa di San Giorgio a Biumo superiore<\/strong>. Erano pochi spazi in una casetta a due piani.<\/p>\n<p>Quel giorno entrarono nel programma terapeutico <strong>i primi cinque ragazzi: Isabella, Alberto, Roberto, Emilio e Maurizio<\/strong>. Nel giro di poco sarebbero diventati venti e avremmo aperto la comunit\u00e0 a Golasecca e poi il primo centro di reinserimento a Varese in un appartamento in via Romans sur Isere. <strong>In accoglienza lavorava suor Elisa<\/strong> che svolgeva il suo servizio al Cottolengo di Varese. Tanti volontari, la <strong>Gianna<\/strong>, la <strong>Mariuccia<\/strong> che conosceva ogni erba\u00a0 aromatica esistente, <strong>il professor Gianni\u00a0 Bellorini<\/strong> che fu capace anche di portarci in cima al campo dei fiori passando per i gradini della funicolare. Poi arrivarono altri e i primi obiettori. I locali di Biumo si facevano sempre pi\u00f9 stretti per quel via vai di ragazzi e di persone attratte da Progetto Uomo. Avevamo anche una benefattrice, proprietaria di una importante azienda manifatturiera del Varesotto.<\/p>\n<p>Quel piccolo gruppo di ventenni continuava a sognare affascinati come eravamo da quel prete affabile e abile. Tra noi c\u2019era una forte amicizia e una domenica andammo a Bregazzana perch\u00e9 sapevamo che sopra il paese c\u2019era una struttura di propriet\u00e0 dei Salesiani, e cos\u00ec iniziammo a progettare di portare lass\u00f9 la comunit\u00e0 terapeutica. Era il posto ideale e alla fine il sogno divenne realt\u00e0.<\/p>\n<p>Nel frattempo il programma inizi\u00f2 ad attrarre anche <strong>tanti ex tossicodipendenti che arrivavano da altri centri<\/strong>. Vennero a lavorare con noi da Roma <strong>Ivan e Claudio<\/strong>. Rientrarono a Varese <strong>Pino e Franco<\/strong> che avevano fatto la comunit\u00e0 a Viterbo.<\/p>\n<p><strong>Non tutto andava come doveva per\u00f2 e il periodo di idillio con don Michele non dur\u00f2 molto.<\/strong> Lui era refrattario a ogni regola. <strong>Era un battitore libero. Era sempre stato abituato a esserlo e la struttura del Ceis di Picchi gli stava stretta.<\/strong> Lo capimmo abbastanza velocemente e con noi lo compresero alcuni vertici di allora. L\u2019ambiente romano girava intorno a pochi eletti e questi non vedevano di buon occhio la situazione varesina. Una conflittualit\u00e0 non gradita che nascondeva troppi malumori.<\/p>\n<p><strong>I rapporti con don Michele iniziarono a incrinarsi anche all\u2019interno della struttura e fu necessario l\u2019intervento di supervisori esterni.<\/strong> Il Ceis era organizzato come una Chiesa e non era immaginabile una contestazione al \u201cvescovo\u201d. <strong>Questo port\u00f2 nel giro di due anni a una crisi pesante, ma che avrebbe definitivamente aperto l\u2019era Barban come unico depositario della\u00a0 costruzione del progetto del Gulliver.<\/strong><\/p>\n<p>Don Michele fu capace di gestire quel momento pesante in cui tutti gli operatori si dimisero. Per noi era impossibile proseguire oltre e <strong>il 1988 fu un altro momento costitutivo del Gulliver<\/strong>.<\/p>\n<p><strong>La nostra decisione fu sofferta e lacerante. Avevamo dato noi quel nome<\/strong> prendendolo da un racconto straordinario che sembrava la sintesi della filosofia del Progetto uomo. <em>\u201cNon come il gigante dei suoi sogni, n\u00e9 il nano delle sue paure, ma come un uomo parte di un tutto\u201d.<\/em> E chi meglio di Gulliver era simbolo di quella definizione?<\/p>\n<p>Ora, in questi giorni accaldati di agosto del 2020, <strong>inizier\u00e0 una terza vita del centro. L\u2019uscita di don Michele sembrava impossibile perch\u00e9 lui \u00e8 stato il Gulliver.<\/strong> Una affermazione nei fatti vera a met\u00e0, perch\u00e9 senza le centinaia di operatori e volontari passati in questi anni, un uomo da solo non potrebbe fare niente. Ma <strong>don Michele \u00e8 stato il fulcro, il visionario, il \u201cpadre padrone\u201d, il locomotore di questa straordinaria esperienza<\/strong>. Nel bene e nel male ha costruito una struttura solida, capace di cambiamento e di interpretare bisogni. Una persona contraddittoria, affascinata dal potere che a parole ha sempre detto di combattere, ma nei fatti ha sempre corteggiato.<\/p>\n<p><strong>A lui va il merito di aver sempre creduto al suo Gulliver<\/strong> e di essersi battuto come un leone per ottenere quello che voleva. Lui che amava mettere il naso nelle terapie, che cercava soluzioni semplici laddove le situazioni erano complesse e avrebbero richiesto professionalit\u00e0 pi\u00f9 articolate del suo buon senso.<\/p>\n<p>La mia storia personale prese direzioni molto diverse. Non rientrai a Viterbo a lavorare per il Ceis, come nel 1988 avevo ventilato e soprattutto dopo poco smisi di occuparmi di quei temi. Fondammo, con amici che arrivavano anche dall\u2019esperienza del Gulliver, <strong>la cooperativa La Castellanza che gestiva il circolino di Bosto a Varese, da cui poi nacque Varesenews<\/strong>. Per un discreto periodo i primi ragazzi continuavano a cercare noi, primi operatori. Eravamo diventati i loro riferimenti, ma noi non potevamo pi\u00f9 fare molto per loro. Il destino fu terribile per quei primi ospiti del Gulliver perch\u00e9 tra l\u2019Aids e una sorte davvero avversa persero la vita quasi tutti nel giro di poco tempo.<\/p>\n<p><strong>Per tanti anni restai alla larga da don Michele.<\/strong>\u00a0Era troppo forte la delusione per come era andata e come lui avesse disatteso tante speranze. Poi come spesso accade, il tempo e il profondo cambiamento permisero un riavvicinamento tanto che <strong>chiese a me di inaugurare con un discorso sul mio passato nel progetto la cascina Tagliata<\/strong> sempre a Bregazzana sopra la comunit\u00e0 terapeutica.<\/p>\n<p><strong>Non ci ho pi\u00f9 messo piede l\u00ec dove nacque la rivolta contro un sacerdote che ora lascia la sua creatura.<\/strong> Un passaggio storico che mi ha spinto a rimettere, la testa, il cuore e le le mani nei ricordi e nelle emozioni che contraddistinsero quegli anni di sogni e progetti.<\/p>\n<p><strong>Noi uscimmo sconfitti, ma per fortuna il Gulliver and\u00f2 avanti crescendo in tante direzioni.<\/strong> Oggi siamo qui a vivere un momento di grande cambiamento e <strong>a Michele va un grande ringraziamento per quanto ha fatto per tantissime persone.<\/strong><\/p>\n<p><strong>Sono passati pi\u00f9 di quarant\u2019anni da quando venne scritta la filosofia di Progetto Uomo.<\/strong> Il Gulliver da cinque anni non \u00e8 pi\u00f9 nella Federazione delle comunit\u00e0 terapeutiche, ma quel testo \u00e8 ancora il punto di riferimento. Ci auguriamo lo leggano e rileggano le persone che prenderanno il testimone da Michele e i suoi stretti collaboratori perch\u00e9 quella filosofia resti un fondamento che guidi il loro lavoro.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Siamo qui<\/p>\n<p>perch\u00e9 non c\u2019\u00e8 alcun rifugio<br \/>\ndove nasconderci da noi stessi.<br \/>\nFino a quando<\/p>\n<p>una persona non confronta se stessa<br \/>\nnegli occhi e nei cuori degli altri, scappa.<br \/>\nFino a quando<\/p>\n<p>non permette loro di condividere i suoi segreti,<\/p>\n<p>non ha scampo da essi.<br \/>\nTimorosa di essere conosciuta,<br \/>\nnon pu\u00f2 conoscere se stessa<\/p>\n<p>n\u00e9 gli altri: sar\u00e0 sola.<br \/>\nDove altro se non nei nostri punti comuni<br \/>\npossiamo trovare un tale specchio?<br \/>\nQui, insieme,<\/p>\n<p>una persona pu\u00f2, alla fine,<br \/>\nmanifestarsi chiaramente a se stessa,<br \/>\nnon come il gigante dei suoi sogni<br \/>\nn\u00e9 il nano delle sue paure,<br \/>\nma come un uomo parte di un tutto<br \/>\ncon il suo contributo da offrire.<br \/>\nIn questo terreno noi possiamo mettere radici<\/p>\n<p>e crescere, non pi\u00f9 soli, come nella morte,<br \/>\nma vivi a noi stessi e agli altri.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Un inedito ricordo delle prime tappe e dei primi anni del centro Gulliver raccontato da un protagonista di 35 anni fa quando per far partire il progetto serviva un prete. 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