“Cosa non cambierei del Perù? La libertà”
In un paese pieno di aspiranti dittatori gli insegnanti possono scoprire, complice un mondo libero perché senza niente, una nuova libertà di progettare educazione: parola di Giori Ferrazzi
| Si chiama Giovan Maria Ferrazzi "Ma se non scrivi Giori – spiega – non mi riconosce nessuno". Ha una bella moglie di nome Susanna e un bambino piccolissimo dal nome imponente: Vittorio Augusto. Ma la caratteristica di lui che colpisce di più è la sua professione, o meglio il paese in cui si svolge. Giori, insegnante di Induno Olona, è direttore di una scuola a Lima, nella capitale del Perù, dove vive da dodici anni.
"Le mie esperienze all’estero sono cominciate negli anni settanta: sono stato in un lebbrosario in India, poi in Ecuador, prima di laurearmi in lingue straniere. In Perù sono partito dopo la laurea, con un progetto della cooperazione italiana, finanziato dal ministero degli esteri e organizzato con alcune ONG, per la formazione dei maestri del paese. Un progetto intitolato "educazione e cultura di pace". Un obiettivo ben difficile in quegli anni in Perù: allora governava dittatorialmente Alan Garcìa, e c’era una fortissima tensione sociale, di cui i due gruppi dissidenti di "Sendero Luminoso" e del gruppo "Tupac Amaru" erano i rappresentanti più conosciuti anche in Italia. Erano anni in cui i morti in scontri e attentati si contavano a migliaia, e si viveva nel terrore continuo delle autobombe. In una situazione di così estrema violenza, era davvero dura parlare di "educazione e cultura di pace"…. In quegli anni scappavano tutti quelli che venivano a lavorare con me, e non li biasimavo. Avevano famiglia. Però, mano mano che gli altri andavano via cresceva in chi restava lo stimolo a rimanere ancora, per proseguire in quello che si era incominciato, per non lasciare il lavoro incompiuto. Si diceva "resto ancora un anno" e poi…" E poi sono passati dodici anni. ""Beh, qualcosa nel frattempo è successo. Nel 1992 la cooperazione è crollata sotto il peso degli scandali: cominciai a fare un concorso presso l’università cattolica di Lima per continuare il mio progetto. Un progetto che poi è proseguito, finiti i fondi della cooperazione, con l’aiuto dell’"otto per mille", che ha un meccanismo veramente efficiente: i soldi vengono centellinati, e vengono dati dopo un attento vaglio dell’operazione, ma quando chi deve farlo ha deciso che il tuo progetto ne vale la pena hai totale libertà nell’utilizzarli". In che cosa consisteva il progetto di formazione a cui collaborava? "In incontri con coloro che poi sarebbero stati professori nelle scuole peruviane, e in corsi di aggiornamento per i professori stessi. Una vera sfida, perché per le scuole lì non c’è praticamente niente. Una delle attività dei corsi era quella di costruire del materiale didattico da poter utilizzare per l’insegnamento: nell’impossibilità di realizzare libri, si preparavano cartelloni, che erano visibili a tutti e riutilizzabili. Quanto alla professione di insegnante, lì essere maestro è una vergogna. Se dici di essere maestro, la gente pensa che davvero non sei stato capace di fare altro di meglio. Un maestro inoltre è pagato pochissimo e deve fare altri lavori per potersi mantenere e mantenere la sua famiglia. Ma, malgrado questo, l’entusiasmo di chi partecipava a questi corsi era altissimo: perdevano ore che avrebbero potuto dedicare a guadagnare altri soldi per la famiglia o sprecavano preziosissima benzina per poter imparare qualcosa, o per scambiare le proprie esperienze con gli altri". Ma questa esperienza per ora non c’è più. Da alcuni anni si è dedicato ad altro…." Quello a cui mi sto dedicando ora non è che la naturale evoluzione di ciò che stavo facendo prima. Per poter continuare efficacemente a fare da "formatore ai formatori" dovevo necessariamente tornare a prendere contatto con gli oggetti primari della formazione, cioè gli studenti. Così, ora sono diventato direttore di una scuola cattolica a Lima, nata solo tre anni fa. Una scuola che insegna ai bimbi di tre anni come ai liceali: comprende perciò un’ampia fascia di studenti. La mia scuola in particolare è destinata a persone delle classi alte, ma fa parte di un complesso di sette scuole del circondario ubicate in quartieri diversi e destinate a classi sociali molto diverse tra loro. E’ una scuola nascente, a cui mancano ancora molte cose che le scuole più antiche anno, come palestre e laboratori. Ma a cui non manca un ben preciso progetto educativo, che per i genitori e i bambini che vi partecipano rappresenta la cosa più importante. Da noi la libertà è primaria. Da noi non ci sono regole: tanto per dirle, gli alunni scrivono al direttore, cioè me, via intranet segnalando i loro reclami". Si vede in lei un entusiasmo fortissimo, per un progetto che è apparentemente riproducibile anche in Italia. Perchè lo realizza là e non qui? "Perchè lì c’è maggiore possibilità di progettare. C’è più disponibilità ai progetti da parte dei governi, e più entusiasmo dei professori nel realizzarli" Com’è il Perù oggi, dopo che si è lasciato dietro di sè i governi di Alan Garcìa e di Fujimori? "Schiaffeggiato moralmente. Il Perù esce da dieci anni di dittatura di fatto da parte di una persona che aveva i modi di muoversi di un camorrista, realizzando opere a colpi di mazzette, anche se bisogna ammettere che ha tappezzato il paese di microprogetti che hanno aumentato la qualità della vita degli abitanti dei più piccoli paesi. Che si ritrovano tappezzati di cartelli arancione e gialli – i "segni distintivi" di Fujimori – indicanti ciò che il presidente ha fatto: canalizzazioni, piccole opere viarie, progetti di riqualificazioni di territori… E ora, a quattro mesi dalle elezioni che troveranno il sostituto di Fujimori, nessuno ha idea di dove si andrà nè con chi". E, tornando, come ha trovato l’Italia? "Più disposta a rimettersi in gioco. L’ultima volta che ci ero venuto, negli anni ottanta, ho trovato il pieno riflusso. Tutti impegnati a far carriera… ora invece vedo molta più voglia di spendersi. Ho trovato molta gente, tra quella che conosco, che faceva tante cose. Forse sarò fortunato nelle conoscenze, ma mi è sembrato di trovare tanta motivazione in giro…" E adesso, dopo tanti anni, dice ancora a se stesso "ancora un anno e poi torno"? "No, non lo dico più. Almeno per un altro po’ ho intenzione di rimanere in Perù. Mi hanno anche appena affidato un progetto di cooperazione sull’artigianato locale… Ma non per questo rinnego Varese. Ci tornerò, ci tornerò, un giorno…" Cosa le manca dell’Italia? "I colori, i sapori, e anche le montagne" E cosa le mancherebbe del Perù, se tornasse qui? "La libertà. La libertà di muovermi e progettare". |
|
La community di VareseNews
Loro ne fanno già parte
Ultimi commenti
mike su La neve in montagna continua a sciogliersi. Contro la siccità si aspetta la pioggia
Felice su La festa "techno" nei boschi di Lonate Ceppino causa proteste
Rolo su Pullman in sosta con i motori accesi, la segnalazione e la risposta di Autolinee Varesine
lenny54 su "C'è del dolo nelle modifiche al Superbonus"
Felice su Architetti, geometri, ingegneri e costruttori all'unisono: "Da Super Bonus a Super Malus"
Felice su Dentro la loggia del Battistero di San Giovanni a Varese restituita alla città





Accedi o registrati per commentare questo articolo.
L'email è richiesta ma non verrà mostrata ai visitatori. Il contenuto di questo commento esprime il pensiero dell'autore e non rappresenta la linea editoriale di VareseNews.it, che rimane autonoma e indipendente. I messaggi inclusi nei commenti non sono testi giornalistici, ma post inviati dai singoli lettori che possono essere automaticamente pubblicati senza filtro preventivo. I commenti che includano uno o più link a siti esterni verranno rimossi in automatico dal sistema.