Un varesino in Africa, e ritorno

L'associazione di solidarietà per gli africani, un libro in uscita su quelle regioni, il rapporto con Alex Zanotelli.... colloquio con Dino Azzalin, uno dei protagonisti della serata per l'africa di questa sera, 10 marzo

Camicia a scacchi, zazzeretta da ragazzone sale e pepe, una piccola, splendida casa colonica giusto dietro al centro più caotico di Varese ma misteriosamente immersa nel verde, come se fosse lontana mille miglia dalla città: così si presenta Dino Azzalin, stimato dentista varesino, ma ancor più conosciuto estimatore dell’Africa, volontario coraggioso, e protagonista di un’avventura accaduta qualche anno fa: rapito in Kenya dai banditi, fu nelle cronache cittadine per diverso tempo, insieme ai suoi concittadini e compagni di avventura. "Faccio il vino da me" racconta, facendo riferimento implicito al vigneto che sta di fronte a casa, e di fronte al lago di Varese. Non è l’unica cosa che si è messo in testa di fare, da sé. 

"Sono nato nel 1953 in provincia di Padova. A Varese ci sono venuto a 10 anni, per ragioni di lavoro dei miei. Mi trovo bene qui, vivo in un posto bellissimo, ma forse c’è in me una forma di inquietudine… Mio padre mi ha sempre educato al viaggio e alla conoscenza del mondo e ho sempre viaggiato un pò dappertutto. Ho gironzolato per i fatti miei fino all’86, quando ho scoperto l’Africa: da allora non sono più andato da nessun’altra parte".

E, da allora, i viaggi non hanno più avuto una semplice ragione turistica: sono diventati occasione di solidarietà internazionale  "Io ero uno che faceva viaggi banali, legati al puro piacere di viaggiare: solo non mi piaceva il "tutto compreso".Da quando ho cominciato ad usare questo modo di "viaggiare" ho smesso di farlo in maniera classica, da turista. Io non so se quello che provo sia mal d’africa, ma so per certo che è qualcosa che si cura solo tornando in Africa. I paesaggi, la gente,i costumi, le danze… anche il deserto africano, per quanto sembri arido e senza vita, è molto più vivo di certi deserti urbani di qua, pieni di gente e invece senza vita, dove regna l’incomunicabilità. In africa invece non c’è incomunicabilità c’è comunicazione continua".

Da allora, Azzalin, è tornato nel continente nero almeno un paio, ma anche 4 volte all’anno. Con una associazione da lui promossa e fondata: "APA nasce da un gruppo di colleghi e amici incontrati nel corso degli anni, lavorando per diverse associazioni di progetti sanitari per paesi in via di sviluppo: progetti che non volevano evangelizzare o occidentalizzare le persone di quei paesi ma conoscere la loro realtà, capendo i loro reali bisogni, e non creando dipendenza sull’occidente. Un tipo di cooperazione fatta  non per portare doni agli africani ma per insegnare loro a procurarseli. Con questi amici abbiamo infatti ritenuto fosse più importante fare  progetti piccoli ma continuativi, insegnando agli interlocutori locali a rendersi indipendenti. E’ stato un lavoro lento, paziente, durato più di 10 anni, e ben riuscito in Kenya, anche grazie al fatto che da dieci anni in quel paese non ci sono guerre nè scontri tribali. I volontari dell’APA fanno parte di diverse associazioni: più di un’associazione si tratta di una amicizia. Non c’è una specializzazione in noi: lavoriamo nelle scuole, o in carpenteria. Non ci sono solo medici specializzati, il dare non ha bisogno di categorie".

Sono sempre gli stessi? "No, ci sono sempre nuovi volontari. E ad agosto scorso è successa una cosa bella e commovente: Carmen e Federico, due colleghi di Firenze di cui io sono il padre spirituale, hanno voluto sposarsi in Africa, in uno degli ultimi nostri viaggi.  Anch’io ho un padre spirituale: il mio è  Luigi Castagnola, a Zurigo. ha 82 anni è cieco, e io sono le sue pupille in questa attività di volontariato. è un professore universitario ed esiste una fondazione intitolata a lui, ricercatore col pallino del volontariato, da vent’anni"

Padre spirituale, una parola grossa: c’entra con la religione? "mi sono avvicinato a Dio recentemente. Le prime avvisaglie le ho avute nella mia prima esperienza in Etiopia. Un missionario mi ha chiesto perché non andavo in chiesa, poi mi ha spiegato che questa era una domanda che mi rivolgevano indirettamente i miei pazienti africani, tutti cristiani. Così, per cortesia e curiosità ho provato ad andarci, e ho scoperto che le liturgie mi arricchivano anziché impoverirmi. La mia attenzione per Dio sta dalla parte cristica però, quella di Zanotelli, per intenderci. Una cosa un pò rivoluzionaria: Gesù del resto era un marxista antesignano che proclamava una uguaglianza almeno umana, che in Africa non esiste. E che corrisponde alla mia implacabilità contro i potenti e alla mia generosità con i deboli: un insegnamento di mio padre. Che è morto proprio in coincidenza con il mio primo viaggio in Africa:si può dire che ci sia andato per elaborare quel dolore. Lì ho trovato mio padre dappertutto, e scoperto i poveri. Così ho cominciato, con la morte di mio padre, quella ricerca interiore che mi ha portato a Dio".

Tra Azzalin e Zanotelli, il famoso direttore di Nigrizia negli anni settanta e ora prete missionario nella baraccopoli di Korogocho, il legame è stretto: padre Zanotelli ha scritto la prefazione di "Diario d’Africa", il libro di Azzalin che sta per uscire edito dalla Nuova Magenta. Ed è stato al ritorno da una visita alla sua baraccopoli che Azzalin con un gruppo di amici è stato rapito dai banditi anni fa: "Siamo stati rapiti dai banditi, forse per nostra imprudenza. Eravamo andati nella missione di Zanotelli, e al ritorno siamo stati assaltati, depredati di tutto e minacciati di morte. Ma è stata peggiore la sorte dei banditi: il primo è morto a pochi metri da noi, dopo la nostra liberazione. Il secondo è morto bruciato in una rapina e l’altro è stato impiccato al processo". Cosa pensa di loro? "Che hanno fatto, in fondo, "il loro dovere" noi eravamo degli alberi di natale  e loro hanno preso i regali. Non ho risentimento: anzi, mi hanno reso famoso…"

Questo episodio, come molti altri, è contenuto nel libro che sta per uscire. Scrivere queste vicende è stata una necessità personale? Un impegno sociale? "Scrivere libri è come viaggiare stando fermi…. Io comunque tengo sempre un diario diario di viaggio, e questo abbiamo pubblicato" Il ricavato del libro è destinato all’APA, e alla Pamoja Trust che si batte per la restituzione della terra ai poveri di Korogocho, la baraccopoli dove vive Zanotelli. 

Un libro tutto africano. E’ fatto per chi vuole ricordare l’Africa o per chi vuole immaginarla? 
"E’ fatto per gente che ci vuole andare".
come e con chi?
"Certamente non con un viaggio "tutto compreso", dove tutto è falso e non rispetta la povertà della gente. Ci sono strutture missionarie che offrono ospitalità e lavoro per chi vuole approcciarsi a questo tipo di viaggio. Solo la paura dell’ignoto fa optare su situazioni più comode, ma che danno di meno e  fanno meno conoscere il paese dove si vuole andare".

L’africa, nel ricordo e nelle emozioni, è più paesaggio o più uomini?
"L’africa non esiste. E’ un insieme di realtà, di tribù, non c’è come continente. E’ uguale solo nella povertà: i poveri hanno sempre lo stesso ciclo di polvere e di fango, a Marrakech come in Sudafrica. 
il grande male dell’africa è la tribalizzazione, che fa perdere di vista il significato dell’unità nazionale. Però se noi pensiamo alle nostre civiltà e ai nostri percorsi storici, dobbiamo ammettere che l’Africa sta facendo quello che abbiamo fatto noi nei secoli scorsi. E che l’Africa è stata per troppi secoli derubata delle sue cose migliori, soprattutto dei suoi uomini. E infine, che l’Africa ha in sè delle grandissime contraddizioni: in essa ora convivono scontri tribali e computer".

Hai un lavoro che ti dà soddisfazione, una bella e giovane moglie, Alessandra, e un bel figlio di quattro anni Riccardo. Qual’è il nesso tra questa vita bella e normale e le frequenti parentesi africane?
"La luce della gioia che si prova in entrambe le avventure, quella famigliare e quella africana".

serata a favore dell’APA
sabato 10 marzo ore 21
Auditorium parrocchiale di SS. Pietro e Paolo di Biumo Inferiore 
piazza 26 maggio 11 in Varese alle ore 21  

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Pubblicato il 10 Marzo 2001
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