Da nove anni la vita di Claudia Binda si divide tra Pavia e Varese. La giovane ventottenne non avrebbe mai pensato di finire sulle più importanti riviste scientifiche e che le fosse dedicata mezza pagina del Corriere della sera. Una notorietà meritata perché, dopo quattro anni di ricerche, nei laboratori della facoltà di Biologia dell’ateneo pavese, insieme ad Andrea Mattevi, è riuscita a scoprire la struttura tridimensionale della Mao (Monoammina ossidasi), la proteina che ha un ruolo notevole nello sviluppo di alcune patologie come il morbo di Parkinson, l’Alzhaimer e la depressione. Una scoperta che ha poco del sensazionale perché la Mao era già nel bersaglio di diversi medicinali, ma senza conoscerne l’esatta struttura. Questo comportava molte controindicazioni nell’uso dei farmaci. Biologi e ricercatori stavano lavorando da quarant’anni su questa proteina. Claudia Binda e Andrea Mattevi hanno bruciato sul tempo un gruppo di svedesi e diversi laboratori di case farmaceutiche. Una soddisfazione non da poco. Claudia la vostra scoperta è davvero così importante? «Certo, anche se occorre precisare che il lavoro per battere le patologie di cui si sta parlando è molto lungo. Non bisogna credere che già da domani esisterà il farmaco magico. Oltre tutto, queste sono malattie multi causa perciò sarà utile avere delle medicine molto specifiche, ma non potranno risolvere tutto. Certo però che conoscendo la Mao si potrà lavorare meglio nel progettare un farmaco più efficace di quelli già conosciuti».
Da quanto tempo lavoravate su questa ricerca? «Da circa quattro anni. Abbiamo avuto delle collaborazioni importanti. Non bisogna infatti dimenticare che io sto lavorando grazie a una borsa di studio che proviene da Atlanta. Abbiamo avuto poi la possibilità di lavorare nei laboratori di Grenoble e Amburgo dove hanno una apparecchiatura che permette di utilizzare i raggi x generati dai sincrotroni. Attraverso questa fase di lavoro sulla proteina abbiamo ricostruito il modello tridimensionale della molecola».
Come è stata possibile questa collaborazione? «Grazie all’intervento dell’Unione Europea che prevede, a seconda dell’importanza dello studio, la possibilità di utilizzare tali strutture. Nei nostri laboratori non ci sono strumenti così complessi. Ora confidiamo in un ulteriore sviluppo possibile grazie all’intervento dell’agenzia spaziale italiana. Abbiamo bisogno di cristallizzare la proteina e questo nello spazio, con l’assenza della gravità è molto più facile da ottenere».
Come e quanto tempo ci vorrà per arrivare al farmaco? «La strada è lunga e difficile perché noi non possiamo fare altro che trovare delle collaborazioni, per altro già allo studio. Occorre l’intervento delle case farmaceutiche perché sono necessarie molte risorse economiche. Vanno fatti molti esperimenti sia in laboratorio che su animali, prima di iniziare a provare su dei volontari umani. Questo richiede almeno sei anni di lavoro. Non si possono bruciare i tempi perché si metterebbero a repentaglio vite umane. Comunque il processo è avviato e ci siamo resi conto che c’è molto interesse per lo sviluppo della cosa».
Lei è di colpo rimbalzata sulle pagine dei giornali. Cosa farà nei prossimi mesi? «Per un anno ho ancora la borsa di studio e continuerò a lavorare su questa ricerca perché c’è ancora tanto da fare».
E poi, speranze, aspettative… «Vorrei diventare una ricercatrice a tutti gli effetti»
Resterà in Italia o desidera andare all’estero? «Preferirei restare in Italia. Certo se non avessi iniziato a lavorare in questo laboratorio e con una persona preparata come Andrea Mattevi, magari sarei già andata all’estero».
Come mai nel 1992 lasciò Varese per Pavia? «Ho spesso desiderato fare questo lavoro e in quinta liceo, allora studiavo a Gavirate, decisi di intraprendere questa strada. Mio padre si era laureato a Pavia e la facoltà varesina era appena nata e non si sapeva come si sarebbe sviluppata. Perciò venne naturale scegliere una sede prestigiosa come quella pavese».
Questa scelta l’ha portata lontano da casa già a 19 anni. Non le è pesato? «Affatto, anzi consiglio a tutti quelli che se lo possono permettere di fare una esperienza simile. È bella da tutti i punti di vista e fa crescere».
Cosa la tiene legata a Varese? «La mia famiglia e il mio fidanzato. Torno appena posso, in genere nei week end. Comunque mi trovo bene a Pavia perché è una città piccola e molto a dimensione umana»
Come vede lo sviluppo dell’Università varesina? «Bene. Ho visto già un notevole ampliamento anche se purtroppo poi diventa un po’ troppo selettivo il lavoro possibile, ma questo è abbastanza normale e succede perfino in sedi centenarie come Pavia. Sono stata molto contenta dell’avvio di facoltà come economia perché sono contraria alle Università private e quella facoltà pubblica bisognava andarla a frequentare lontano».
Cosa le sarebbe piaciuto fare da grande? «Non certo la ricercatrice. Amavo leggere e studiare, ma questa scelta è arrivata solo più tardi, subito prima di entrare nell’Università».
Come ha vissuto questo periodo di notorietà? «Ognuno di noi spera di raggiungere risultati importanti, ma certo non pensavamo di finire sul Corriere. Molti mi hanno scambiata per una piccola eroina, invece la verità è che faccio un lavoro normale come tanti altri ricercatori. La notorietà è stata legata anche al fatto che una scoperta come questa si lega a patologie molto conosciute».
Cosa consiglierebbe a chi si accinge a scegliere l’Università oggi? «Di crederci e gli auguro di fare un’esperienza come la mia».
Non le vengono mai dubbi sulla vita di laboratorio? «Per me è stato un lavoro stimolante. Un ambiente molto dinamico in cui passano tante persone. Tutto il contrario del posto noioso che si potrebbe credere».
Come vede lo stato della ricerca in Italia? «Prima di tutto c’è un problema culturale. Molte persone credono che i ricercatori giochino. Poi occorre esser consapevoli che la ricerca non porta a risultati immediati. È un investimento a lungo termine sia dal punto di vista scientifico che economico. Il risultato finale è la somma di anni di prove, di ricerche, ma anche di fallimenti. In Italia la ricerca ha pochi finanziamenti e oltre tutto erano usati male. Per fortuna le cose stanno un po’ cambiando».
Che significa? «Significa che fino a poco tempo fa si facevano pochi finanziamenti a pioggia e il grosso se lo prendevano gli amici degli amici. Occorreva avere delle conoscenze, insomma un sistema un po’ mafioso. Da qualche tempo le cose stanno cambiando. I finanziamenti arrivano per motivi di merito e uno dei criteri sono le pubblicazioni scientifiche che in genere non sono molto orientabili, almeno come lo era prima».
Sono tanti i ragazzi che vogliono fare i ricercatori? «Si, ma per molti si aprono solo le strade di lasciare l’Italia. Io stessa lavoro a Pavia, ma solo grazie a un finanziamento statunitense. Quindi grazie a tanta fortuna».
Claudia Binda ha lavorato per tre anni grazie a un dottorato di ricerca. Per quanti credono che tale attività non sia un vero lavoro occorre ricordare che queste persone passano molte ore su un microscopio o altre strumentazioni guadagnando poco più di un milione e mezzo al mese. Solo la passione e la fiducia in un futuro migliore garantisce al nostro Paese di avere ancora a disposizione delle teste importanti come quella di Claudia.
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