Senza fissa dimora: quando la vita vale meno

Le strutture che si occupano degli emarginati. Non arrivano dappertutto e c'è chi dice che è ancora poco

In via Corridoni (nella foto), nei palazzi rosa e grigi, Nunzio Martucci, un senza fissa dimora morto nella stazione di Busto Arsizio viveva fino a tredici anni fa. Qualcuno se lo ricorda ancora. Ci abitava insieme alla moglie e due figli. Poi la sua vita in qualche modo si è spezzata. Era titolare di una impresa edile e lavorava con il cognato. Fu un tragico incidente quello in cui morì il parente. Cadde da un’impalcatura e si schiantò al suolo. Da quel momento cominciò il tracollo. Cominciò a bere e la sua famiglia fu distrutta. Se ne andò la moglie e insieme i figli, che da anni vivono a Gallarate. Per lui una vita alla sbando, senza una casa, senza un lavoro, senza più nulla. Dormiva ovunque, anche nei boschi. Forse in questi giorni faceva troppo freddo e la stazione gli era sembrata più accogliente. Per la precisione l’atrio della stazione delle Ferrovie dello Stato. Già perché anche volendo sfruttare le sale di aspetto, non le avrebbe trovate aperte. Da qualche anno sono chiuse e sulla porta c’è un cartello "Chiuse per atti vandalici". 
Ci sono vite che valgono di meno. A volte questa può diventare qualcosa di più di una brutta sensazione. Intrattabili e scontrosi, non ti cercano, non ti ringraziano. Spesso i senza tetto sono anche così. E allora può diventare superfluo occuparsi di loro. In una città di ottantamila abitanti, l’emarginazione e la povertà sono una realtà. C’è chi se ne occupa, ma non può arrivare dappertutto. E c’è chi dice che bisogna fare di più. 

dormitorio2.jpg (6723 byte)Partiamo dai pasti. È il Convento dei Frati Minore in via XX Settembre a garantire un pasto caldo ogni giorno tranne la domenica oppure un panino a mezzogiorno e sera. Il pasto caldo viene servito a partire dalle dieci e mezza di mattina, mentre per il panino bisogna presentarsi dalle dieci e mezza fino alle dodici, oppure alle cinque mezza di pomeriggio fino alle sette. Vestiti, alimenti si raccolgono nei Centri Caritas della città, per esempio alla San Vincenzo.
E per dormire? Sempre la Comunità dei Frati Minori sta ultimando una struttura di accoglienza. Una casa di prima accoglienza e un dormitorio pubblico esistono già a Sant’Anna  (nella foto). Sono al completo e ci sono anche le liste di attesa. Lo racconta Don Giancarlo Greco, che spiega anche la funzione che svolgono queste strutture che non si rivolgono propriamente ai clochard. La casa di accoglienza può ospitare cinque persone per tre mesi e il dormitorio otto per quindici giorni al massimo. In assenza di liste di attesa il soggiorno può durare di più. Molti sono stranieri, hanno un lavoro e sono in attesa di trovare una sistemazione stabile. Lo conferma lo stesso Don Giancarlo «Accogliamo persone motivate, a cui cerchiamo di dare una stabilità, cercando di costruire un percorso educativo di accompagnamento». 
Di strutture di prima accoglienza, in passato molti hanno denunciato la carenza, da monsignor Livetti nell’ultimo Te Deum ai sindacati. «Il comune non ha mai investito in strutture di prima accoglienza – dice Luigi Maffezzoli, segretario della Cisl Ticino Olona – e questa vicenda ne ripropone ancora l’emergenza, la passata amministrazione non ha mai voluto trattare il problema, occorrerà ora valutare le intenzioni di quella attuale».


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Pubblicato il 07 Novembre 2002
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