Il Lago di Varese fa più audience di Pippo Baudo
Balneabile o non balneabile? Inquinato o pulito? Tante parole e buone intenzioni, ma stivali ai piedi la realtà non sembra così rosea. Eppure un tempo, come la gente del Lago ricorda, l'ambiente era curato e rispettato perché fonte di vita
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Con il tempo di marzo e i primi anemoni nei campi, fioriscono nei fogli cittadini piccoli focolai di discussione intorno a un ex-malato o presunto tale, un paziente davvero paziente, che sopporta da anni carichi inquinanti di fosforo e condizionali. Il lago di Varese (che dovrebbe essere balneabile, o potrebbe esserlo tra poco, anzi tra pochissimo, ma che dico lo è già…) paragonato da uno scrittore come Bacchelli a “una perla azzurrina legata in pallido argento da una nebbietta smagliante”, muore o risorge secondo la volontà di questo o quel politico impegnato in campagna elettorale, di questo o di quel sindaco che di volta in volta indossa la casacca di Robin Hood, di questo o quell’ambientalista che conta qualche cormorano in più o in meno, di questo o quel cervellone scientifico a pompar bollicine che nemmeno la Mecca-Cola… Letteratura da riempire scaffali (qualcuno ha creato nel frattempo anche un parco letterario dei laghi) competizioni stile Sarabanda con campioni liquidi alla mano «l’acqua del mio comune è più pulita della tua, la posso anche bere» (per carità non lo faccia) convegnetti e dibattitucci con diapositive, libri, articolesse e calendari (chi scrive non Ë senza peccato) il lago fa più audience di Pippo Baudo con annessa Gerini. Un giorno c’è la macchia oleosa a Gavirate, un altro il camionista che lava la cisterna a Oltrona, l’altro ancora lo svasso cornuto (esiste, lo giuro) avvistato al largo di Bodio, poi la moria dei persici, delle anguille, dei “gobitt” (mai dei boccaloni, strano) quindi il ritorno del gambero, è americano ma fa colore, e della biscia d’acqua. Sul piano teorico il lago di Varese è più sano del pack groenlandese – io ho un po’ meno petrolio, uranio neanche un nanogrammo, tu un tantinello di trielina in più, i pesticidi più o meno…- ma su quello pratico c’è qualcuno che ci va a parlare ogni tanto? Che esce dai saloni e dai salotti per mettere galosce e stivali e camminare nella melma per vedere cosa c’è dietro la provetta? Ad ascoltare ciò che la gente del lago, i vecchi ormai, quelli che la terra e l’acqua si abbassavano a toccarla, possono raccontare. Una storia di fatica e di rispetto, di lotta quotidiana, che serviva a plasmare l’uomo ma anche il lago, che dava vita a entrambi, attraverso la conoscenza del carattere l’uno dell’altro. A Cazzago Brabbia incontro spesso una signora col cagnolino e mi fermo a parlare: «sa, una volta le darsene venivano pulite alla fine dell’inverno; gli uomini entravano a gambe nude nel fango e con i badili spazzavano il fondo, cosÏ per tutto l’anno potevano entrare e uscire con i “barchitt”, anche quando il lago era in secca». Mi guardo intorno e, nel "regno" dell’onorevole Giancarlo Giorgetti, vedo darsene semiabbandonate, con i cancelli arrugginiti, i muri screpolati, alcune vuote altre con qualche barca da pesca superstite. Il fondo delle darsene è un pantano da Everglades, nessuno le pulisce da anni, dalla fanghiglia spunta perfino una boccetta di collirio "Stilla" in voga ai tempi del governo Rumor. Intorno, la devastazione. Il porticciolo è stato fatto a pezzi da una banda di teppisti in motoretta, con le traversine in legno gettate sul prato e in acqua, incendiata una parte delle darsene, il pontile pericolante cui l’ultima alluvione ha dato il colpo di grazia. I teppisti fanno ciò che vogliono da anni (il sottoscritto aveva una barchetta a remi ormeggiata lì vicino che è stata sfondata per diletto) senza che nessuno faccia alcunché. Il degrado aumenta di anno in anno e il comune che fa? Chiede, con una grida appesa ai salici della riva, 250 euro per “posto barca” agli sventurati che volessero ricoverare sotto le stelle il loro naviglio e farsi un giretto la domenica con la fidanzata. Inutile chiedersi dove sia il “posto barca”, visto che non esiste il porto, le darsene sono pericolanti e l’incolumità pubblica messa a dura prova. ormeggerò il “Gran Maramao” a Cap d’Antibes, il prezzo è lo stesso, ma vuoi mettere la fauna? Due passi lì intorno mostrano cadaveri di barche bruciate, preservativi sparsi a raggiera, pezzi di panchine putrefatti, un contenitore per rifiuti gettato in acqua, perfino un vespasiano a gettoni affrescato con lo spray. Ma il lago è pulito, che diamine, onorevole ci faccia un bel tuffo. La signora col cagnolino continua a raccontare di suo nonno che sfamò sei figli con i soli proventi del lavoro in palude Brabbia: «con la torba, la lisca e le cannucce e il gran pesce che pescava nei chiari la sua famiglia campò dignitosamente; in stalla c’era una mucca e intorno un po’ di terra da coltivare. La palude era curata come un giardino, era il tesoro che ognuno si portava con sé un pezzetto per volta». Oggi visitiamo la Brabbia come si fa con un museo, da feritoie osserviamo la moretta tabaccata e il mestolone farsi i fatti loro come da bambini spiavamo Topolino nel view-master, non ci bagniamo i piedi, non ci sdraiamo sul prato, se un bombo ci ronza attorno due volte chiamiamo i caschi blu. Nessuno dice che il canneto del lago di Varese si secca già a metà luglio e non si sa il perché, il laghetto di Biandronno è quasi completamente interrato, i boschi non vengono più curati, l’Isolino Virginia è abbandonato a se stesso, il porfido del porticciolo di Cazzago è diventato bianco con l’ultima esondazione, dopo l’arborella stanno scomparendo persici e lucci a favore di pesci gatto, carassi e luccioperche che con il nostro lago c’entrano come Vieri nell’Albino Leffe. Eppure fotografie meravigliose ci mostrano canneti lussureggianti, qualche tedesco dell’Euratom si fa un bel crawl, nei circoli che contano si parla dell’Anno internazionale delle acque e di come accaparrarsi i fondi, e intanto la signora col cagnolino racconta e racconta, di quando sua madre veniva ai “sassoni” a lavare e dopo il temporale tutto era lustro come tirato a cera, di come si tagliava e lavorava la lisca, del rispetto che i pescatori avevano per quelle acque, dei piccoli riti quotidiani per ingraziarsele. Storie di uomini e di natura, di una natura vissuta e agita, non immaginata su internet e mms, o chiacchierata nelle stanze del potere a chilometri di distanza. La natura siamo noi, e la nostra sapienza, il rispetto e la responsabilità per un bene che Ë di tutti sono la linfa senza la quale, come scriveva Walt Whitman, tutto sarebbe “solo seme, latente, non nato”. Qualche volta, per capirlo, basta un paio di stivali. |
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