«Questa classe politica non può cambiare le regole: è infetta»
Pubblico numeroso per Di Pietro e Travaglio, l’autore di “Bravi ragazzi” dedicato ai processi milanesi di Previti e Berlusconi
Il problema giustizia in Italia, un’urgenza. Antonio Di Pietro e Marco Travaglio, ospiti d’onore ieri sera in Camera di Commercio di Varese, hanno saputo attirare un pubblico numeroso, nonostante la guerra in diretta tv. Certo, sono lontani i bagni di folla di un decennio fa. Meno entusiasmo ma più voglia di capire razionalmente se davvero la realtà fornitaci dall’informazione possa avere piani di lettura così diversi. Quel trascorrimento di senso cui allude il volume di Travaglio “Bravi ragazzi” la cui presentazione è il pretesto dell’incontro. Bravi ragazzi, good fellas, così si intitolava quel romanzo di formazione di giovani mafiosi, girato mirabilmente da Scorsese con De Niro e Joe Pesci.
I bravi ragazzi di Travaglio sono naturalmente Berlusconi e compagni bella, le cui gesta processuali, quelle milanesi, il giornalista racconta con puntualità e precisione. Ma il libro, per così dire, rimane sullo sfondo. “Siamo qui per far conoscere attraverso testimoni qualificati quanta disinformazione ci sia, come sia forte il pensiero unico da cui siamo dominati”. Così esordisce l’ex magistrato, ex ministro e attualmente parlamentare europeo per l’Italia dei valori: “Occorre rilanciare la questione morale. In politica vuol dire stabilire delle regole che chiunque ha interesse a rispettare e stabilire delle norme anche per chi subisce dei torti. Chi ha due torri buttate giù non può avere il diritto di attaccare”, chiosa Di Pietro con la sua brevitas non tacitiana e saltando dalla situazione italiana a quella internazionale.
La serata, che prometteva scintille in realtà non decolla: troppi ospiti – con Di Pietro e Travaglio ci sono l’altro enfant terrible dell’editoria italiana Peter Gomez, la superteste milanese Stefania Ariosto (un applauso come un ringraziamento quando prende la parola), Gloria Bardi autrice di un libro intervista a Di Pietro e il moderatore Remigio Benelli che ci mette del suo per smorzare qualsiasi patos e ritmo alla discussione.
Di Pietro, in ogni caso, non si fa pregare. Ribadisce che è proprio per la questione morale ha abbandonato prima la toga poi il ministero. E che con questa classe dirigente “infetta” è improponibile cambiare le regole del gioco; in termini di riforme di giustizia o di diritto amministrativo con chiaro riferimento alle maggiori preoccupazioni del governo Berlusconi in questi primi due anni di vita. “Chi è stato condannato o sotto processo non può essere candidato” è l’utopico grido di battaglia dell’eroe di mani pulite.
E’ il turno di Travaglio, probabilmente attualmente il massimo esperto in Italia di questioni e storie umani processuali del dopo tangentopoli e sulla disinformazione che ancora circonda l’intera vicenda. “E’ incredibile come si faccia fare la storia di mani pulite ai condannati o che la si descriva come una guerra di potere tra politici e giudici e non si parli mai del bottino spartito in quella vicenda. Degli stessi processi milanesi si parla solo per capire cosa faranno dopo Previti o Berlusconi ma in pochi si pongono il vero problema: i conti bancari comunicanti tra giudici e avvocati”.
Quanto al presente, al ritorno delle tangenti come prassi operativa comune per Travaglio le soluzioni sono semplici: o si mettono in atto dei presidi legislativi che depenalizzino i reati o si smette di commetterne. Per il giornalista la scelta messa in atto è senza dubbio la prima.
“Basterebbe – continua – che venissero eseguiti normali controlli amministrativi nei confronti dei pubblici ufficiali che in molti casi non sarebbe neanche più necessario arrivare ai processi”. La ricostruzione degli ultimi dieci anni che ne fa Travaglio non fa sconti a nessuno e a nessun tipo di revisionismo: “La tendenza adesso è quella di pentirsi di aver supportato l’indagine dei giudici milanesi. Si pentono forse dell’unica cosa buona che hanno fatto”, e il riferimento esplicito va a giornalisti come Polito, direttore de “Il Riformista”, il “giornale degli amici di D’Alema che si mette ad ospitare articoli della famiglia Craxi”.
Il leader socialista è tutt’altro che scomparso, rimane il cardine cruciale del sistema tangentizio. “E’ pazzesco che adesso addirittura si dedichino monumenti a Craxi. Il prossimo passo sarà dedicarli ai puff pieni di soldi di Poggiolini”. No, il passato non può essere cancellato così in fretta.
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