I poveri hanno bisogno di… “non solo pane”
Incontro con Marco Nidola il cui emendamento al bilancio a favore dell'associazione è stato accolto favorevolmente
Sono quasi seicento le persone che vivono in uno stato di povertà a Varese. Un fenomeno sommerso, nascosto. La dignità delle persone non permette certo clamori o gesti eclatanti. Molti di questi cittadini sono seguiti dalla pubblica assistenza, ma per loro si è attivata anche l’associazione onlus "Non solo pane". Una risposta semplice ma essenziale: fornire quotidianamente il cibo necessario per sfamarsi.
In sede di approvazione del bilancio previsionale Marco Nidola, consigliere comunale di Forza Italia, ha presentato un emendamento (accolto) che tenesse conto dell’impegno della Onlus.
Come nasce e di che cosa si occupa "Non solo pane?"
Sono le persone che si trovano in difficoltà a farsi vive con voi o venite a conoscenza di queste realtà in altro modo?
Questa delle persone a cui manca il cibo quotidiano per sopravvivere sembra essere una realtà sommersa a Varese, di cui forse la gente non ha normalmente percezione…
Come si muove l’associazione, su che tipo di aiuti può contare, ad esempio, da parte delle istituzioni?
"Non solo pane" è un’associazione esclusivamente di volontari; come vengono sensibilizzati ad aiutare queste persone bisognose e qual è la risposta?
Qual è il vostro lavoro?
Dove ha sede l’associazione?
Come avviene l’approccio con le persone in difficoltà?
Dunque l’opera dell’associazione si estende anche ad un tentativo di reinserimento sociale?
Tornando alle difficoltà che incontra un’associazione come questa…
La difficoltà grande, secondo me, è che un’associazione come questa deve essere riconosciuta dalle istituzioni perché svolge bene un lavoro, oltre che di risposta, anche di controllo sociale. Essendo io un sostenitore convinto del principio di sussidiarietà, se esiste già chi risponde ad un bisogno esistente non vedo perché le istituzioni, comune, provincia, regione, stato che sia, non debbano incoraggiare tale lavoro. Questo non vuol dire che, ad esempio, il comune debba delegare totalmente quelli che sono i suoi doveri in questo campo, magari accordando semplicemente un finanziamento e poi rinunciando a qualsiasi intervento proprio. Non sto dicendo questo, bensì che se un lavoro viene fatto ed un servizio viene svolto, e questo servizio coinvolge un numero elevato di persone, cioè interessa il tessuto sociale del comune, non vedo perché quest’ultimo non debba riconoscere, quanto meno riconoscere, a livello di una convenzione da definire, la validità di questo operato. Da questo è nata la spinta per la mozione che ho presentato. Sì, si tratta di un tentativo, perché bisogna sempre essere molto realistici, magari questo non avviene sempre, non è sempre possibile. Quello su cui insisto è che si tratta sempre di un rapporto a tu per tu fra chi porta il cibo e la persona che ne ha bisogno, è un rapporto che nasce all’interno di una specifica situazione.Dopo la segnalazione di ciascuna situazione si va ad incontrare queste persone per conoscerle e capire la condizione in cui versano, quanti sono in famiglia, se ci sono bambini o meno e così via, dopodiché si fa tranquillamente una proposta facendo capire loro che possono ricevere un aiuto, dando così inizio ad una serie di rapporti. Cioè, ci tengo a dirlo, non esiste una procedura fissa, ma l’intervento varia da caso a caso: magari una persona può trovarsi in una situazione di disagio solo per circostanze fortuite, perché, ad esempio, ha perso il posto di lavoro, allora si può tentare di aiutarla in questo senso, partendo sempre però da quello che è il bisogno primario della necessità di cibo. In sostanza, l’idea alla base di questa associazione, con la quale io mi sono sempre trovato molto d’accordo, è che si debba favorire l’incontro tra una persona a disagio ed un’altra che, nei limiti delle sue possibilità e capacità, possa dare una risposta alle difficoltà della prima. Se, ad esempio, all’interno di un rapporto si capisce che il non aver cibo è conseguenza della mancanza di un lavoro, allora chi è coinvolto in questa situazione può cercare di aiutare la persona in difficoltà a trovare un posto.In via Montesanto, in alcuni locali dati in concessione gratuita da un imprenditore che ha riconosciuto il valore dell’associazione, a fianco di quella che una volta era la sede della Croce Rossa.Da un lato c’è chi provvede alla raccolta dei fondi e allo stoccaggio, perché disponiamo di un piccolo magazzino, dall’altro c’è chi si occupa della consegna, una volta alla settimana o ogni quindici giorni, a seconda dei casi, dei pacchi preparati per le singole famiglie: tutte le situazioni di disagio sono raccolte in un database e in base a queste segnalazioni viene effettuata la distribuzione.La risposta secondo me è alta visto che si tratta di un’associazione che poggia completamente sul volontariato; se ci sono state in passato persone che percepivano una sorta di indennizzo, di compenso, è perché c’era la copertura di un finanziamento regionale, venendo a mancare il quale non c’è più possibilità di una retribuzione. Finora il metodo seguito dall’associazione per farsi conoscere è stato sempre e solamente il passaparola e, di conseguenza, sul passaparola si basa anche la sensibilizzazione al valore di questa associazione. Del resto, alle persone che offrono il loro aiuto non si chiedono ore di disponibilità, ma ad ognuno si chiede di prestare la sua opera per il tempo che può mettere a disposizione, anche mezzora alla settimana può bastare, alla sera piuttosto che di giorno, pur che questo sia un impegno costante nel corso dell’anno per non mettere in crisi il lavoro quotidiano perché comunque sono tante le persone che ci lavorano, tra chi, ad esempio, mette i generi alimentari in magazzino, cioè si occupa delle operazioni di stoccaggio, a chi si occupa della distribuzione e poi se ne va.Come dicevo, fino al 2001 è sopravvissuto il progetto finanziato dalla Regione della costituzione di una rete di famiglie solidali; da quell’anno in poi lo sponsor principale dell’associazione dal punto di vista economico sono le istituzioni tradizionali, Provincia e Regione in primo luogo, anche il comune seppur in misura molto minore rispetto alle altre realtà istituzionali. L’associazione può contare poi sulle donazioni di supermercati, di privati, di altri enti, che, riconoscendo il valore di questa organizzazione, contribuiscono affinché possa svolgere il suo compito. Una volta all’anno a livello nazionale c’è una giornata per la raccolta alimentare, la famosa giornata della colletta alimentare, ma è impensabile ed improponibile che questa giornata, da sola, copra tutto il fabbisogno di un anno; la quantità di cibo necessari quotidianamente viene coperta da supermercati, negozi, magari anche altri enti morali che, riconoscendo il valore dell’associazione, l’aiutano concretamente.Il problema c’è, purtroppo, e non possiamo fare finta di non vederlo; magari concordo sul fatto che il fenomeno non sia macroscopico ma, diciamo così, molto più latente, come nei casi di disagio e di povertà conseguenti, ad esempio, alla perdita dell’unica o principale fonte di sostentamento, di solito la figura paterna, per cui una famiglia con più figli si trova magari all’improvviso in una condizione economica tale da non poter più disporre del cibo necessario. Del resto le cifre parlano chiaro: il fatto che ci siano 600 persone che vengono assistite nel comune di Varese e più di 1000 nel nord della provincia di Varese è la dimostrazione che comunque il problema esiste.Entrambi i casi, perché, oltre ad una richiesta diretta da parte degli interessati, è possibile anche che siano gli assistenti sociali del comune a segnalare dei casi. Ecco il motivo anche, se vogliamo, della mozione che ho presentato, perché comunque questa associazione sta contribuendo fattivamente alla politica sociale del comune di Varese.L’associazione nasce come risposta ad un bisogno oggettivo e sull’esempio di quello che fa l’associazione e fondazione Banco Alimentare a livello nazionale. Nel 1995 "Non solo pane" si è costituita come associazione, poi riconosciuta con la legge del ’97 come onlus. Il suo scopo è quello di seguire le persone direttamente presso il loro domicilio. Questo permette innanzi tutto di entrare in contatto con la persona per conoscere le sue reali condizioni di vita e controllare che esista un’effettiva situazione di disagio; ciò significa svolgere un’azione di prevenzione sociale perché si cerca prima di tutto di far sì che queste situazioni non degenerino. Tra associazione e volontari e chi ha bisogno nasce così una catena solidale, in modo tale che si possa stare loro vicino e aiutarli in modo costante. Così agendo, una legge regionale del 1999 promuoveva una rete di famiglie solidali in cui una famiglia si faceva carico della situazione di disagio per mancanza di cibo di un’altra: questo grande progetto è durato due anni.
La community di VareseNews
Loro ne fanno già parte
Ultimi commenti
mike su La neve in montagna continua a sciogliersi. Contro la siccità si aspetta la pioggia
Felice su La festa "techno" nei boschi di Lonate Ceppino causa proteste
Rolo su Pullman in sosta con i motori accesi, la segnalazione e la risposta di Autolinee Varesine
lenny54 su "C'è del dolo nelle modifiche al Superbonus"
Felice su Architetti, geometri, ingegneri e costruttori all'unisono: "Da Super Bonus a Super Malus"
Felice su Dentro la loggia del Battistero di San Giovanni a Varese restituita alla città





Accedi o registrati per commentare questo articolo.
L'email è richiesta ma non verrà mostrata ai visitatori. Il contenuto di questo commento esprime il pensiero dell'autore e non rappresenta la linea editoriale di VareseNews.it, che rimane autonoma e indipendente. I messaggi inclusi nei commenti non sono testi giornalistici, ma post inviati dai singoli lettori che possono essere automaticamente pubblicati senza filtro preventivo. I commenti che includano uno o più link a siti esterni verranno rimossi in automatico dal sistema.