Il medico assicuratore che arriva da Shanghai

Busto Arsizio - Nanfei Wu, trantacinque anni è arrivato in Italia sette anni fa. In Cina faceva il medico e per continuare a svolgere questa professione ha ricominciato da zero

Non ha i piedi in due scarpe. Non ha lo sguardo rivolto verso l’Oriente con la speranza di ritornarci prima o poi. Nanfei Wu abita in Italia da sette anni e qui vuole stare. Da Shanghai è arrivato direttamente a Busto Arsizio sette anni fa. Studia medicina, ma lui medico lo è già e per mantenersi fa l’assicuratore a Busto Arsizio, per un’agenzia che due anni fa ha voluto lui perché si occupasse proprio della clientela cinese, un mercato ghiotto anche per gli assicuratori.
Ha trentacinque anni, in Cina si è laureato in medicina e vi ha svolto per qualche tempo anche la sua professione. Ma poi ha deciso di partire. «Volevo capire come era fatto il mondo fuori dalla Cina». E allora è approdato in Italia, con un permesso da studente. Si perché la medicina cinese è tanto affascinante, «ma la mia laurea non è riconosciuta dallo stato e allora mi sono riscritto e sono studente dell’università di Varese».
Alla fine non sentirsi straniero è la formula vincente per una integrazione serena come la sua. Ci sono comunità grandi e altrettanto chiuse. Frequentare gli stessi bar dei connazionali e non uscire dallo stesso giro è ancora la norma. Ma Nanfei Wu preferisce fare la spesa all’Esselunga, legge spesso “La Repubblica” e “Il sole 24 ore”, anche se la maggior parte delle notizie le reperisce in rete. La comunità cinese ha cominciato a frequentarla solo da quando fa l’assicuratore. «Sin dal mio arrivo ho avuto comunque molti contatti con italiani e anche oggi molti dei miei amici sono italiani».
Eppure non è tutto perfetto – dice – vorrei avere una famiglia, ma è difficile». È difficile anche perché Nanfei divide il suo tempo fra il lavoro, lo studio e parecchi interessi legati alla medicina e alla sua cultura. A Busto Arsizio è infatti l’istruttore dei corsi di Tai Chi organizzati dall’Arcobaleno, ma non finisce qui. È anche consigliere dell’associazione italiana di medicina cinese. Insomma la classica vita del trentenne tutto lavoro e carriera.
Lingua, cucina e clima. L’italiano lo ha imparato alle scuole Manzoni, ormai un baluardo per gli stranieri in città. Ama molto sia la cucina italiana ed ha imparato ad apprezzare anche le nostre temperature. Ma non sono state rose e fiori appena arrivato. Non si sofferma molto a parlarne ma il cambiamento è stato importante. «Dopo qualche mese dal mio arrivo ho cominciato a soffrire di ansia e sono stato anche ricoverato». «Per curarmi mi avevano dato dei tranquillanti, ma io ho cercato delle erbe e mi sono curato da solo, l’erba che mi serviva l’ho trovata al Parco de Ticino, allora non conoscevo molto Milano e anche le erboristerie cinesi erano comunque rare».
«Una volta laureato mi piacerebbe unire i miei studi e diffondere la cultura e la filosofia della salute cinese, che può contribuire alla medicina italiana». Dell’Italia ha un’immagine molto bella. «La gente è semplice e generosa, dopo sette anni ho capito che questo paese è un ponte ideale fra oriente e occidente, qui la cultura, le tradizioni, la famiglia hanno ancora molto senso e mi piace, se in futuro avrò buone occasioni mi piacerebbe restare qui».
La tentazione di parlare di Sars è forte e Nanfei si limita a parlare di amplificazioni giornalistiche: «A Shanghai i miei genitori vanno in giro senza mascherina». E la questione non sembra preoccuparlo.
L’ultima tentazione: ma la cucina cinese che conosciamo è la stessa che si trova in Cina? «Ovviamente no, è uno standard che va bene per l’estero». È un po’ come la medicina cinese. «Non sono solo massaggi e agopuntura e in giro ci sono molti cinesi che si improvvisano e rappresentano un danno per noi». E per non smentirsi Nanfei Wu fa parte anche di un’associazione che ha sede in Francia che lavora per denunciare medici irregolari.

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Pubblicato il 17 Aprile 2003
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