Si è spento Enrico Baj, ultimo eretico dell’arte italiana
Aveva 79 anni. L'artista, che viveva nel Varesotto, era conosciuto ed apprezzato in tutto il mondo
Si è spento questa notte, nella sua casa nel verde a Vergiate, all’età di 79 anni, Enrico Baj (in un’immagine giovanile), una delle ultime figure storiche delle avanguardie e del rinnovamento della pittura italiana del dopoguerra. Era nato a Milano nel 1924, studi in legge, ma uno spirito anarchico, irrequieto, indocile. Altre passioni, altre curiosità. La sua era la Milano ruggente che riapriva, dopo la tragedia, la Scala, che rimetteva in sesto Palazzo Reale, che spinta da rinnovate energie si ritrovava in massa alle grandi mostre di Caravaggio, Van Gogh, e quella memorabile di Picasso con Guernica nella sala delle Cariatidi ancora devastata dai segni delle bombe; per i giovani come Baj, era sopratutto la Milano di Brera, delle scope che volano, dei miracoli, del Bar Giamaica, antro magico di tutta la gioventù estrosa ed artistoide, la Milano del Santa Tecla. Qui Baj insieme al sodale Sergio D’Angelo conosce il jazz, gli spettacoli di feroce ironia e graffiante libertà. Cosmopolita per vocazione, eclettico per illimitata fantasia, Baj comincia a praticare l’arte in tutte le sue manifestazioni. La pittura, primo amore, declinata secondo codici espressivi che non avevano molti eguali nell’Italia ancora impantanata nelle dispute su una pittura realista socialista, con Picasso a fare da nume tutelare. Sono altre le sponde che decide di lambire Baj: Fontana, Piero Manzoni, Asger Jorn e il gruppo Cobra, Yves Klein e tutto quel versante che sfocerà nel Nouveau Réalisme, nelle sopravvivenze carsiche del surrealismo, con strette contiguità con Marcel Duchamp e Man Ray. Nel 1951 fonda il “Movimento nucleare”. Da quelle prime prove la sua cifra stilistica sarà l’ironia feroce, la satira, la denuncia, sotto le mentite spoglie di un pensiero buffo e travestito. Il suo regno sarà la Patafisica, una scienza giocosa, assurda, irriverente, paradossale, “cultrice del tutto e del niente” ispirata a quel dissacratore che fu Alfred Jarry e al suo Ubu Re.
A questo gioco divertito ma sempre vigile non venne mai meno. Massima esemplificazione sarà il ciclo dei Generali, strepitose creature che nascono da un irriverente utilizzo del collage, che indicarono la via ad un nuovo realismo di marca prettamente italiana. Dopo i Generali, le Parate militari, fino all’opera di una vita: I funerali dell’anarchico Pinelli (1972) (foto), a causa della quale l’artista incappa in un singolare record: l’opera viene censurata per 28 anni, classica vittima dell’italietta bigotta e melmosa di pruderie sugli eventi più torbidi, sugli argomenti intoccabili. L’opera prima di essere esposta presso la Galleria Marconi di Milano tre anni fa, nel 1995 troneggiava sardonica e carica ancora di attuale violenza espressiva nel cortile di Casa Rusca a Locarno in occasione di una sua grande antologica. Sulla stessa scia nasce l’’Apocalisse (1979). Si accentua le sua critica della contemporaneità e dell’uso indiscriminato delle tecnologie con Epater le robot (1983) e Manichini (1984-87) mentre con Metamorfosi e metafore (1988), Mitologia del Kitsch (1989) e Il giardino delle delizie sviluppa il tema del cattivo gusto generato dalla cultura del prodotto industriale. L’ultimo decennio è caratterizzato da una rinnovata vena ludica, uno uso spensierato e dalla creatività, intimamente, picassianamente sovrana, dei materiali: nel 1999 l’ultimo grande ciclo, 164 ritratti dei Guermantes, ispirati dal romanzo di Proust, estrema sintesi di quel connubio sempre attivo e fecondo tra la cultura visiva e la sua immensa cultura letteraria.
I suoi libri d’artisti lo testimoniano: cinquanta libri d’artista con un orizzonte che spazia dai classici dell’antichità come Lucrezio, Marziale, Tacito a Lewis Carrol, John Milton, André Breton, e ai suoi consanguinei di ironia: Edoardo Sanguineti, Roberto Sanesi, Umberto Eco, Alda Merini.
Da molti decenni viveva prevalentemente a Vergiate, partecipando non di rado alla vita culturale di Varese. Un vanto per la città che lo sentiva in qualche modo un figlio proprio, un figlio celebrato e presente in tutti i più prestigiosi musei del mondo. Combattivo, irruente più che mediatore ha tentato nel 1993 anche la strada politica: chiamato a ricoprire la carica di assessore alla cultura per il comune di Varese dall’allora sindaco Raimondo Fassa, visse una breve stagione. Voleva lasciare un’impronta, mirava ad una grande mostra di scultura nei giardini di Palazzo Estense che ricordasse la grande esposizione internazionale di scultura del 1953. Se ne andò via sbattendo la porta, allergico ai tempi lunghi dell’amministrazione e all’impossibilità di tradurre in concreto le sue idee galoppanti.
Da qualche tempo era malato, ma non orfano della sua vis polemica.
Con la sua morte, la cultura artistica italiana perde davvero l’ultimo grande testimone di una stagione non provinciale, senza imbarazzi e subalternità rispetto alla cultura europea e americana.
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