La Svizzera prova a cambiarsi d’abito
Riceviamo e pubblichiamo alcune analisi e riflessioni di Massimo Soncini sul voto nella Confederazione elvetica
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Oggi, alleluia e lode al Signore, s’aprono le urne, dopo una campagna elettorale estenuante per quanti l’abbiano dovuta subire. Oggi, alleluia e gloria all’Altissimo, la Svizzera prova a cambiarsi d’abito: operazione invero non semplice, perché tra Chiasso e Basilea il proporzionale è quasi ferreo ed i posti al sole sono pochi, ma tant’è, si vota e basta. Da domani, alleluia una volta per tutte, e sino a domenica ore 12.00 il popolo elvetico si dedica agli straordinari e rinnova in blocco sia i 200 deputati al Consiglio nazionale (la Camera bassa) sia una larga fetta del Consiglio degli Stati (il "Senato", anche se in realtà si tratta di una Camera delle regioni su basi paritetiche tra i singoli Cantoni). In qual modo e quanto muterà l’assetto delle Camere è detto e scritto sin da ora: guadagneranno consensi democentristi e socialisti, perderanno qualcosa i liberali e scivoleranno i democristiani, infine rischieranno l’annientamento alcune formazioni politiche minori o regionali. A meno che il sole splenda su tutta la Confederazione, e non stiamo scherzando: dicono i maligni, peraltro armati di ponderose statistiche, che un week-end di cielo azzurro induca gli svizzeri ad esprimere il voto ancor meno di quanto essi facciano d’abitudine, cioè pochino (alla consultazione del 1999 partecipò il 43.3 per cento, giusto per la cronaca. E per buona sorte in alcune aree del Paese il voto è obbligatorio, pena una sanzione pecuniaria). Conclusione: i giovani vanno per boschi cercando funghi o dedicandosi ad altre attività ludiche, le famigliole si stendono sul praticello dell’Oberland o si regalano l’ultimo e vietatissimo barbecue della stagione sulle rive della Maggia, la rivoluzione può aspettare dopo il dessert, il voto "tradizionale" automaticamente si rafforza. – Qualcosa, sì, qualcosa è ad ogni modo mutato d’accento e di pensiero. Primo: la campagna elettorale per la Camera bassa (2’836 candidati per i precitati 200 posti) è stata condotta con forme a dir poco eterodosse persino per la mentalità d’un italiano, che pure alle invettive ed alle risse in aula parlamentare ha fatto il callo; nella cartellonistica stradale, attacchi frontali a questo o a quel consigliere federale, slogan da pubblicità comparativa, Tizio è un incompetente, be’, guarda in casa tua perché il tuo Caio non sa fare i conti. Secondo: tanti hanno deciso di andare in pensione, addirittura 38 sono i consiglieri nazionali che non si ricandidano, ergo qualche trombato delle precedenti consultazioni si sente deputato "in pectore", ma dovrà vedersela prima di tutto con i compagni di cordata che intravedono l’occasione del grande salto verso Berna. Terzo: la presenza di 4 blocchi partitici (Udc, Prd, Ppd, Ps) ben delineati e che raccolgono oltre l’80 per cento dei suffragi non spegne i sogni e le velleità di quanti preferiscono agire in proprio, ed ecco che alla contesa si presentano complessivamente 262 formazioni politiche. Di queste ultime, 67 hanno scelto la formula della congiunzione e 35 quella della sottocongiunzione, come dire – in modo molto sommario – che le schede non finiranno sprecate ma si sommeranno ai voti della lista "amica" più forte. E, infine, c’è l’azzardo di tanti giovani: 36 sono i 18enni in lizza, accade persino che una Judith Hiestand da Berna riesca a candidarsi diventando maggiorenne questo sabato e trovandosi costretta a votare soltanto domenica. Vabbè, poi le cose stanno come è lecito riscontrare dagli annuari: l’età media di un consigliere nazionale risulta pari a 51 anni, quella di un "senatore" si situa a quota 54. Verrebbe quasi la tentazione di garantire un voto di stima, e la simpatia lo impone, a quel 92enne che è entrato in lizza – testuali parole – "per mettersi finalmente a disposizione del partito e del Paese". Premesse e prospettive
Niente ribaltone Un esito delle elezioni, certo, è da molti atteso. Dovesse l’Udc confermarsi primo partito nel Paese (le proiezioni la attestano al 25.3 per cento delle preferenze), e si trovasse il Ppd in brache di tela, la rivendicazione di un secondo seggio da parte della Destra sarebbe legittimata. Per inciso, a dicembre dello scorso anno vi fu l’ultimo ricambio in seno al Consiglio federale (càpita spesso che un ministro si ritiri semplicemente in corso di legislatura, per ragioni di opportunità politica o considerando conclusa la propria missione): era dato per scontato un socialista al posto di un altro socialista, ed in effetti Micheline Calmy-Rey raccolse il testimone lasciato dalla criticatissima Ruth Dreifuss. L’Udc fece però fuoco e fiamme e piazzò il suo candidato "di bandiera" in opposizione alla nomina già stabilita, e fu così che Toni Bortoluzzi da Affoltern am Albis, titolare di un’impresa, un tipo simpatico che si sente svizzero sino al midollo ma che vuole un bene dell’anima ai cugini rimasti in Veneto, rischiò di mandare a carte e 48 l’elezione di colei che sarebbe andata ad occupare il ruolo di ministro degli Affari esteri.
Le variabili Ultima osservazione: gli italofoni resteranno con ogni probabilità 10, ossia i soli ticinesi (8 al Nazionale e 2 agli Stati), perché dai Grigioni (5 seggi, 4 si ricandidano, uno si è ritirato) non pare essere uscito un "papabile" poschiavino o mesolcinese o calanchino o bregagliotto. Il che è un peccato, considerandosi sia l’incidenza (7.6 per cento) dell’italiano parlato sul territorio della Confederazione sia la forte rappresentanza delle comunità d’origine peninsulare. La situazione nel Canton Ticino
– In linea generale, pronostico con barra a destra ed a sinistra contemporaneamente, speranze zero per i 17 svizzeri che si sono candidati dall’estero, un pizzico di tifo campanilistico va al bernese Remo Galli la cui famiglia era di Cantello, tutto si gioca sulle percentuali e – in ossequio al proporzionale – sui seggi che verranno strappati qui ed erosi là. Quasi certa la conferma partitica nei Cantoni di piccole dimensioni, e qui perché esiste sì una deroga al proporzionale, ma i posti disponibili sono pochissimi: Glarona ed Uri si trovano nella singolare situazione di esprimere 1 solo consigliere nazionale ciascuno… e questo, beninteso, avendo essi 2 seggi al Consiglio degli Stati, dove i 34’700 abitanti di Uri "equivalgono", per potere di rappresentanza, a 1’247’000 abitanti di Zurigo. Qualcosa potrebbe mutare, semmai, in alcune regioni periferiche: in questo senso, il "caso Ticino" sembra una rosticceria in cui troppa carne sta bruciacchiando. – Non ci saranno in ogni caso i "ribaltoni", garantito, e questo per 2 ordini di ragioni: a) agli svizzeri piace la stabilità, quale che essa sia; b) anche se agli svizzeri la stabilità smettesse di piacere, il modello adottato nella composizione del Consiglio federale è statuito e non modificabile se non in presenza di eventi inimmaginabili al momento. Meglio spiegarsi, okay. Diciamo allora che dal 1959 il Governo della Confederazione è gestito, in regime di comunione dei beni, da tutti i partiti dal consenso popolare rilevante. Tutti, nessuno escluso. Al Governo stanno 7 consiglieri federali, 2 sono liberal-radicali, 2 sono democristiani, 2 sono socialisti, uno è dell’Unione democratica di Centro (ossia della Destra). Obiettivo numero 1: non pestarsi i piedi. Obiettivo numero 2: sorridersi sempre davanti alle telecamere ed accoltellarsi talvolta in privato. Obiettivo numero 3: non farsi fare la festa dal proprio partito. Se si chiama "formula magica", questo modello, una ragione ci sarà… |
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