Gli ultras della Metis rispondono a Veltroni

Varese – Prima del match, i tifosi della curva hanno voluto ribadire il loro pensiero

C’è posta per Walter Veltroni, colpevole di aver strumentalizzato per motivi di sordido vantaggio politico il goliardico tifo varesino.
I messaggi, con ricevuta di ritorno, sono partiti ieri dal Palaignis, alla prima casalinga della Metis del nuovo anno.
Una presa di posizione forte, inequivocabile, dei fedelissimi, una dichiarazione di coerenza e di coraggio contro le immotivate ingerenze di chi vuole speculare sulle genuine passioni sportive.
Cogliamo fior da fiore: «Veltroni vaff….», «Noi cantiamo quel c… che vogliamo»; per non ammettere travisamenti, i simpatici boys della curva hanno poi voluto ribadire la pietra miliare del loro pensiero, quel «Carlton Myers pezzo di m….», ormai diventato inno ufficiale. Per poi chiosare, pacatamente, con l’immortale «Non ci sono negri italiani».
Raccogliendo qualche applauso convinto anche dai moderati, per definizione, del parterre, gliel’hanno cantate chiare, insomma, i nostri ragazzi al politico romano. A lui e a tutti i media nazionali che hanno ripreso la notizia.
E si sono pure controllati, i nostri, dando prova di encomiabile equilibrio.
Dalla festosa compilation post natalizia, sono infatti rimasti fuori il commovente all’inno all’identità «son contento perché è la squadra più bianca che c’è» o il divertente refrain «ma che colpa abbiamo noi se sei nato zingaro», di solito riservato alle grandi sfide o ad ospiti illustri (Danilovic, Tanjevic).
Quanto alla icastica rima baciata che inneggia alla strage di Bologna, beh, li ci deve essere proprio un’atmosfera tutta particolare. Non è un hit da spendere in ogni occasione.
Una ripresa col botto, dunque. Nel frattempo la squadra di Cadeo inanellava l’ennesima vittoria di un ciclo favoloso, rinforzando il primato in Uleb Cup e confermando la striscia vincente in campionato.
Peccato che della Metis di questi tempi, come in altri, non si parli solo in termini sportivi. Ma proprio il vento in poppa di Vescovi e compagni, la ritrovata serenità di gruppo, le nuove ambizioni di questa squadra storica – orgogliosamente, dicono gli esegeti, varesina nella sua ossatura – forse, azzardiamo, dovrebbe far assumere una posizione.
Società, giocatori, pubblico nella sua gran parte, istituzioni: forse è davvero l’ora giusta perché qualcuno, senza strumentalizzazioni, dica basta. E la varesinità del club diventi un fattore di civiltà e di buon senso.

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Pubblicato il 07 Gennaio 2004
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