«Con Dan Flavin torna ad illuminarsi l’anima di Villa Panza»
Giuseppe Panza di Biumo racconta il suo rapporto con l'artista americano in mostra grazie al Fai. «Varese non ha più diffidenza nei miei confronti, ma manca ancora un'elite culturale»
«Se voglio un Flavin vado dall’elettricista, mi compro una lampada e me la metto in casa». Questo si diceva di Dan Flavin negli anni sessanta, quando il conte Giuseppe Panza di Biumo (foto) cominciò a collezionarlo.
«Era il 1966, lui non aveva ancora peso, comprare una sua opera e spendere dei dollari, sembrava a molti un assurdità».
In molti, anche oggi, saranno ancora persuasi della storia dell’elettricista, ma Panza sa di aver avuto ragione.
Il Conte è seduto sul divano verde al centro del suo museale soggiorno al terzo piano della Villa; l’affresco sulla volta, le opere dei suoi prediletti contemporanei alle pareti, i libri, e la vista che domina Varese.
A ore si inaugura la mostra di Dan Flavin, l’artista che più di altri caratterizza la straordinaria e unica collezione d’arte contemporanea varesina. Un artista per cui il lucido collezionismo del conte italiano è stata quasi un viatico verso il successo. Anche quando in pochi ci avrebbero scommesso.
Dottor Panza, che effetto le fa vedere una mostra di Flavin nella sua villa?
«Un’emozione particolare. C’è voluto del tempo prima che si comprendesse che le opere di Flavin danno emozioni profonde, regalano sensazioni inedite, hanno una profondità rara.
È una sorta di consacrazione così come la mostra che gli dedicherà anche la National Gallery di Washington (dal 4 ottobre, ndr). Flavin è ormai un artista fondamentale per l’arte occidentale del secolo scorso, al pari di Pollock e di altri».
Com’era il vostro rapporto?
«Ci si vedeva spesso alle sue mostre. Lui non aveva studi veri e propri. Alcuni musei avevano un certo apprezzamento per lui, ma vendeva poco.
Era un uomo difficile, con forti contraddizioni, scontento, infelice, cattivo con chi voleva aiutarlo, ma anche servile con chi poteva servirgli.
Un’infanzia difficile, figlio non desiderato dalla madre, che gli preferiva il gemello. Flavin ha sofferto per la mancanza d’affetto nei suoi primi anni. Poi da adulto il diabete l’ha debilitato, per quanto abusasse di vini e cibi francesi.
Con me aveva un rapporto contrastato: ero un suo collezionista, ma gli facevo vedere il significato mistico e spirituale delle sue opere che lui faceva fatica a riconoscere. Aveva studiato presso i gesuiti, ma ne era scappato; era un intellettuale degli anni sessanta contestatario, riluttante all’ordine, alle tradizioni, al dogma. All’aspetto spirituale dell’opera anteponeva la componente tecnica, strutturale».
Poi però è stato suo ospite a Varese
«Nel 1976, venne qui a realizzare il Varese Corridor (forse l’opera più celebre di tutta la Villa, ndr). Si trovò molto bene, tanto che doveva stare qui pochi giorni e invece ci rimase un mese»
Questa mostra è l’occasione per fare un bilancio del primo quadriennio Fai.
«Sono soddisfatto della gestione. Il Fai è in grado di valorizzare la villa, di curarla, di mantenerla pur con le difficoltà che anche il Fondo si trova ad avere. Ed era una scommessa difficile. Si potrebbe fare anche meglio ma è difficile. Il Fai è il primo ente che abbia come obiettivo la tutela del patrimonio senza chiedere soldi allo stato. Nel nostro caso la Provincia è stata generosa, ma è arduo»
(nella foto Villa Panza vista dall’alto)
Adesso comincia un nuovo ciclo con una nuovo curatore scientifico, Angela Vettese.
«Intanto sono maturate nuove collaborazioni con il Guggheneim e il Moca (Museum of contemporary art di Los Angeles, ndr) che daranno ampia risonanza internazionale alla villa e alla collezione.
La scelta di puntare sull’arte contemporanea americana credo che ridarà anima a questo luogo, ne recupererà l’intima vocazione»
Una vocazione tradita con le ultime scelte espositive, le vedute di Napoli, l’arte della biciclette etc, etc,?
«Erano scelte discutibili e non in linea con la storia del luogo. Scelte che io ho avallato perché non c’era la possibilità di fare meglio. C’è sempre questa mentalità arretrata che si illude che il “vecchio” attiri più pubblico del “nuovo”, ma spesso non è così».
Lei vive tra Milano e Lugano, ma da anni è vicino alla realtà varesina. Come trova sia cambiata la città nel corso degli ultimi decenni?
«Qualche cambiamento c’è stato. Qualche sforzo di apertura alla cultura si è fatto. In passato ci sono stati molti errori. Per fortuna i parchi ci sono ancora, anche se meno, speriamo che la vocazione di città giardino rimanga tale»
Trova cambiata la politica culturale?
«Ripeto qualche sforzo è stato fatto. Ma occorro spazi nuovi, più soldi e più coraggio. Treviso e Brescia stanno investendo tanti soldi, ma hanno anche spazi adeguati. Varese ha musei anche belli come il Castello di Masnago ma forse non adatti alle grandi mostre. Ma forse manca ancora la volontà e il coraggio. Varese in questo senso è priva di una tradizione forte. Manca un’elite culturale che abbia ascendente sugli amministratori e sugli imprenditori»:
E l’attenzione per la collezione Panza e il suo creatore, è cambiata?
«Oh si, c’è molta più attenzione per Biumo. Anni fa Varese e i suoi amministratori quando misi a disposizione la mia collezione mi dissero “No, grazie”, per diffidenza e forse ignoranza. Quando la offrì al Castello di Rivoli a Torino, il progetto non andò in porto perché gli artisti locali fortemente ideologizzati non volevano una collezione di arte americana. A Varese non credo fossero quelle le ragioni. Piuttosto, distanza, diffidenza»
Adesso crede che Varese sia pronta per una mostra di lampade fluorescenti?
«Spero proprio di si, Flavin ormai è conosciuto, è un artista fondamentale della nostra cultura. Sono convinto che la città, gli studenti, i bambini saranno in grado di coglierne la bellezza».
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