«Quel 3 settembre 1951 c’ero anch’io»

I Mondiali di ciclismo rivisti con gli occhi di un bambino di otto anni

Qualche settimana fa ho regalato a Ferdy Kùbler, ottantacinque anni portati con giovinezza, e al suo scudiero Emilio Croci Torti, ticinese di Stabio grande amico di Varese per avervi vissuto qualche anno, la fotocopia della prima pagina della Gazzetta dello Sport di quel lontano ma indimenticabile 3 settembre 1951 quando il campione svizzero beffò sul traguardo delle Bettole, con una volata astuta e potente, tre italiani (Magni, Minardi, Bevilacqua) divisi da aspra quanto incongrua rivalità. Sia Ferdy sia Emilio avevano smarrito il giornale rosa di quella straordinaria giornata di cui conservo copia autentica. Costava 25 lire
Di quei mondiali varesini, rimasti sciaguratamente senza repliche, conservo un doppio, bellissimo ricordo: quello dello spettatore bambino – avevo otto anni – stregato dal fascino ineguagliato di Fausto Coppi, grande assente peraltro sul circuito delle Tre Valli per oscure ragioni sanitarie più realisticamente riconducibili a conflitti interni alla squadra e quello del cronista che nel ’96, in occasione degli ultimi mondiali luganesi, ha ricostruito per la TSI il doppio confronto iridato insubrico – oggi si dice così – del ’51 vinto appunto dalla Svizzera e quello del ’53 vinto invece dall’Italia per interposto monumentale campionissimo. 
Quel 3 settembre del ’51 raggiunsi il circuito in tram con mio padre e mio zio di Bellinzona che tifava rossocrociato. Ci appostammo nel giardino di una villa di amici all’inizio del ferro di cavallo confortati da una sontuosa colazione al sacco. Lungo il ciglio della strada si era distesa una folla immensa ( forse 500 mila persone), scamiciata, vociante, allegra, certa che la maglia iridata sarebbe tornata a  vestire dopo più di due decenni, le spalle di un corridore azzurro. L’ultimo a vincerla era stato Alfredo Binda da Cittiglio, campione straordinario e gloria cittadina, che ora vestiva i panni di commissario tecnico. Binda che aveva dominato il ciclismo d’anteguerra non era mai riuscito a vincere nella sua Varese, nel suo eccezionale palmarès non figura infatti neppure una Tre Valli. Sperava di ripagarsi con gli interessi da CT. Non fu così. Deve averci molto sperato quando al nono giro, a coronamento di un superbo inseguimento, Fiorenzo Magni dopo aver staccato un Croci Torti forzatamente passivo – davanti dalla terza tornata c’era Kùbler insieme ad altri otto – piombò sui fuggitivi. Ho ancora negli occhi l’azione imperiosa di Magni, il leone delle Fiandre, che divorava letteralmente l’asfalto della salita a Sant’Ambrogio recuperando  ad ogni pedalata metri di asfalto a chi lo precedeva. E dopo di lui rammento soprattutto Bartali, tallonato dallo splendido Koblet vincitore del Giro d’Italia, anch’egli lanciato in un inseguimento perentorio ma tardivo. Lui e l’elvetico, che poi si sarebbe ritirato, sfilavano in un corridoio angusto di folla in delirio. Durante il penultimo giro, l’intramontabile – aveva già 36 anni – così lo chiamavano i cronisti di allora, si liberò di una spugna con cui si detergeva il sudore. Nel punto in cui cadde la spugna si scatenò una caccia vera e propria alla  "reliquia" bartaliana, se ne impossessò un uomo che a me bambino pareva già avanti negli anni e dunque mi sorprendeva non poco vedere la sua gioia fanciullesca, la sua felicità senza remore.
Andavo su e giù per il ferro di cavallo con lo zio bellinzonese frastornato da quello spettacolo che avevo sempre e soltanto
immaginato ascoltando le radiocronache di Mario Ferretti. Dopo l’ultimo passaggio rientrammo nella casa dei nostri ospiti per ascoltare l’arrivo alla radio. La presenza di tre italiani nel gruppetto di testa dava a tutti una certa tranquillità, si pensava che Minardi e Bevilacqua, campione mondiale di inseguimento, avrebbero aiutato Magni di gran lunga il più veloce di tutti. Lo zio svizzero faceva finta di niente ma sapeva che Kùbler era in grado di mettere d’accordo tutti. Fu così. Sul circuito cadde un silenzio irreale poi di nuovo prevalse la festa, la gioia per una giornata irripetibile. A otto anni ero stato testimone diretto di un evento che ancora oggi rammento come uno degli episodi più belli e impagabili della mia infanzia.
Qualche anno fa ho ricostruito con Fiorenzo Magni quella beffa iridata che ancora oggi lo angustia. «Allora il regolamento internazionale obbligava i commisari tecnici a stare fermi nei box – lamentava il buon Fiorenzo – mentre oggi seguono la corsa dalle ammiraglie. Se Binda fosse stato sull’ammiraglia la vittoria non mi sarebbe sfuggita perchè Alfredo avrebbe ordinato a Minardi e Bevilacqua di tirarmi la volata, in assenza di un ordine preciso tutti vollero invece giocare le loro chances e io persi l’occasione della vita».                                                                                             

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Pubblicato il 04 Novembre 2004
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