Dove si parla di vigilantes, musei, rotonde e clochard

Scettico blu

Se capitaste in tarda mattinata sulla main road del cazzeggio varesino, potreste osservare un esempio di passerella spontanea, una mini-sfilata, anzi una sfilatina all’ora degli sfilatini. Protagonisti dell’haute couture da porticato due figure entrate da qualche tempo nell’elenco delle cose più inutili, fuori luogo come la Marcia Radetzky nella suoneria del cellulare: i vigilantes di quartiere. Costoro si muovono in coppia, uomo-uomo o uomo-donna, in una formidabile divisa blu notte come il frac di Gino Franzi, ingentilita da un cappelluccio tuosto stile flic. Sorridono e camminano, camminano e sorridono, qualche volta si spingono da corso Matteotti a via Vittorio Veneto (via Veneto è sempre via Veneto…) dove il nuovo marciapiede consente loro di allungare il passo e ancheggiare con moderazione tra le cacche di cane. Inutile interpellarli per una qualsivoglia necessità, la carica è automatica, si esaurisce a fine turno, di solito con un aperitivo.

Una rotonda vi seppellirà

Più conosci i gatti, più comprendi la fine psicologia degli amministratori locali, che trattano la delicata questione traffico come la Cipirissa la sua cacca: sotterrandola. Con terrificante periodicità il quotidiano locale, di solito all’avvicinarsi di turni elettorali, regala regolare paginata con il nuovo progetto di copertura. Fin dai tempi della Flaminia e della Giulietta schiere di politici, ingegneri e architetti annusavano il terreno e con la zampetta incominciavano a scavare il buco. Si vagheggiavano incredibili ipotesi di collegamenti ferroviari tra le stazioni Fs e Fnm, ponti e gallerie, forse casinò sotterranei, coperture di chilometri di binari per guadagnare asfalto, torri di osservazione, magari un mini.aeroporto tra via Magenta e piazza monte Grappa per garantire uno shopping rapido ed esclusivo. Non erano ancora i tempi della rotonda. La passione del politico per la rotonda è pari soltanto a quella del piraña per il filetto: devastante. Un rotondone mai visto, lo tsunami delle rotonde, quasi ellittico tanto è gigantesco, seppellirà animali, piante, binari, pali del telegrafo e quel che resta del Malerba et voilà, mai più code sull’asse viale Europa, Gasparotto, largo Flaiano (chissà cosa avrebbe scritto, lui), uscita autostrada, via Magenta eccetera eccetera. Blade Runner dopo la Cartabbia.

Fortunato

Intervisto Giuseppe, 64 anni, clochard. Una vita di tragedie, il padre morto in Russia, la madre che lo rifiuta, lui che compie una rapina e va in galera, poi esce e fa mille mestieri, perfino gestisce un circolino a Varese con la moglie. Ma la moglie lo tradisce, le figlie fanno finta di non conoscerlo, scappa in Svizzera e fa il cuoco, poi torna ad Alessandria dove è nato, senza soldi, senza casa, senza futuro. Vive in una baracca autocostruita ai margini di un campo di mais, sull’argine del Tanaro, senza luce, gas, acqua, con la cagnetta Tata, trovatella. Mi offre un caffè scaldato con il gas della bombola e mostra la sua “casa”: cucina, bagno, camera da letto. Pareti di cartone e lamiera ondulata sulla struttura di un vecchio container frigorifero. E’ tutto in ordine, pulito, ci sono perfino quadretti alle pareti, lo specchio nel “bagno”, roba di recupero, la ciotola per la pappa della Tata. E il quaderno in cui Giuseppe, “Jo”, scrive le sue poesie. La sera, quando la sua condizione di isolato diventa ancora più isolata. Salutandomi mi dice: “Altri come me si drogano o si uccidono, io sono fortunato, perché ho tutto questo”.

Cena fredda

Ogni assessorato, ente culturale, circolo letterario, bar ricreativo può ormai contare sulla straordinaria figura della pierre multifunzione, di solito signora quaranta-cinquantenne sobriamente ritoccata, strappata senza rimpianto alla canasta del giovedì. Distrutta dal lavoro che per la prima volta svolge in vita sua, vaga per tensostrutture, gallerie d’arte, librerie diffondendo con foga il verbo assessorile e distribuendo inviti patinati per la mostra dell’amico pittore, scultore, fotografo, artigiano, che lei in persona ha convinto a lasciare il rifugio nelle Langhe per calare in città a parlare del suo vino, ormai preferito a pittura, scultura, fotografia e artigianato. Griffata Prada ma con scarpe basse per i chilometri di corridoi da percorrere quotidianamente, quest’incrocio tra Florence Nightingale e la dama del biscottino guizza tra catering e conferenze stampa con l’agilità di Martins lanciato a rete e dispensa perle di saggezza tra uno champagnino e una quiche alle zucchine. Ricordo un magnifico esempio di comicità surreale qualche anno fa sotto un tendone librario. La signora, sfatta dalla lunga giornata di pierraggio, con il cellulare scarico e la borsetta semiaperta, disse alitando: “Non ce la faccio più, tra poco c’è l’incontro di X con Bruno Corra e pensi che dopo mi tocca anche portarli a cena!”. Di sicuro, una cena fredda.

Scuola guida

Nel mio intervento sull’intricata situazione museale varesina mi è scappata una frase di biasimo nei confronti delle guide, che ho definito senza esperienza e adeguata preparazione. Effettivamente le ragazze che accompagnano i visitatori al Castello di Masnago la preparazione se la sono sudata a colpi di stage e master e di sicuro la mettono al servizio del pubblico a compensi sicuramente risibili, ma questo è un discorso che porterebbe troppo lontano. La realtà è che i musei civici devono essere completamente recuperati, con una direzione che sappia valorizzare e far crescere (tanti master non significano necessariamente essere preparati a gestire con flessibilità centinaia di persone, di gusti e di domande) chi con impegno già si sforza di dare il meglio di sé.

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Pubblicato il 29 Gennaio 2005
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