La ricerca dell’Insubria è vivace…nonostante tutto
Anche i docenti dell'Università dell'Insubria giudicano negativamente i fondi a disposizione della ricerca: Unico fattore positivo: il maggior controllo sull'utilizzo
Fondi risicati, insufficienti, inadeguati. Il mondo della ricerca è in affanno: le sfide sono tante, le aspettative enormi, i soldi pochi.
Le voci del mondo accademico sono sempre di critica e le lamentele si sollevano da ogni parte. A Varese con qualche distinguo.
All’Università dell’Insubria, piccolo ateneo agli esordi della sua attività scientifica, possono dirsi soddisfatti. Il Rettore Renzo Dionigi ama diversificare tra qualità e quantità dei progetti, e anche la direttrice del Centro di Neuroscienze di Busto Arsizio Daniela Parolaro preferisce mettere i puntini sulle "i": «I fondi statali sono pochi, è vero, soprattutto per la ricerca di base. Nel contempo è aumentata la domanda. Si deve dire, però, che i controlli sono diventati più efficaci, si verificano i risultati raggiunti, si valutano con attenzione i report. La situazione del nostro Dipartimento, devo ammetterlo, è buona: siamo sempre riusciti ad ottenere i fondi per lavorare. È una situazione altalenante, ma in questo momento sia io, che mi occupo di tossicodipendenze, sia il collega, la cui ricerca è più incentrata sui tumori, riusciamo a sviluppare i nostri progetti».
Soddisfatto dell’attività di ricerca è anche il Preside di Medicina e Chirurgia Paolo Cherubino: «Ci sono tre diverse tipologie di fondi. Quelli di natura statale, talmente esigui da venir considerati marginalmente; il capitolo "fondi finalizzati" che arrivano da Regione, istituzioni, Ministeri vari o Unione europea il cui raggiungimento richiede doti diplomatiche eccezionali e una vasta esperienza della strada esatta da percorrere e, infine, i fondi privati. Nonostante la situazione, però, devo dire che la nostra facoltà ha raggiunto un livello di attività assolutamente soddisfacente. Merito, innanzitutto, dell’ottimo rapporto che esiste tra ricerca di base e ricerca applicata, e poi perchè il nostro valore ha ottenuti tali e tanti riconoscimenti a livello internazionale da meritarsi una via di credito più immediata».
Meno appagata si dice la preside della facoltà di Economia all’Insubria Rossella Locatelli: «Ritegno che i fondi del Miur siano gestiti con meccanismi un po’ troppo farraginosi. Non si è mai sicuri di ottenerli e di ottenerli nella misura adeguata a portare a termine il lavoro. I meccanismi laboriosi sono sia a livello ministeriale che accademico: ed è per questo che abbiamo avviato una riflessione interna per snellire l’iter almeno interno all’ateneo. C’è poi il capitolo dei finanziamenti provenienti da enti locali e da privati che merita un discorso a sè. Il livello è ancora troppo basso, non si riesce a far capire il valore strategico di questa attività»
Ed un appello alle istituzioni locali giunge proprio dai Molini Marzoli di Busto: «Hanno bocciato il nostro progetto per far rientrare Paolo Macchi (un cervello varesino in fuga che sperava di rientrare nel progetto di rimpatrio del Miur) – commenta amareggiata la professoressa Parolaro – Ho la sensazione che in questo tentativo di far rientrare i cervelli siano andati un po’ al risparmio. Sono stati approvati progetti dove le spese sperimentali sono ridotte. Il nostro aveva un valore di 150.000 euro per tre anni. Io ora mi rivolgo agli enti locali: è un treno che sarebbe assurdo perdere. Invito le istituzioni locali a riflettere sull’opportunità di far crescere un corpo docente che provenga dal territorio».
La ricerca varesina, quindi, decolla, tra mille difficoltà.
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