In memoria di N.F.

Lo conoscevo N. F., 63 anni, anziano, trovato senza vita un pomeriggio di marzo a Porto Ceresio, vestito sobriamente, annegato per disperazione. Lo conoscevo, anzi lui conosceva me ancor prima che nascessi, era allora un giovane studente all’ultimo anno di liceo, con un vero talento per la pittura. Abitava di fronte alla casa della mia famiglia, sua nonna chiamava mia madre all’imbrunire per regalarle la cicoria dell’orto, già pulita da quelle dita veloci di ottantenne dal viso di monaca.
Ritrovato il corpo di N. F., 63 anni, anziano. Così informa il giornale nel suo lessico da verbale di polizia, un uomo si getta nel lago e riemerge poco dopo, con il suo cappotto tranquillo, il maglione di lana, magari gli occhiali da vista, morto.
A casa sua andavo da bambino e suo padre mi guidava attraverso le stanze affrescate da N. F., mi spiegava le tante nature morte, i tromp-l’oeil, le riproduzioni di Ingres, il pittore preferito. Suo figlio studiava con Spaventa Filippi, presto avrebbe esposto in una personale a Luino, intanto lavorava a Milano come grafico pubblicitario, anzi aveva addirittura creato il personaggio di uno spot televisivo. Era orgoglioso il papà, nel piccolo laboratorio realizzava le cornici per quelle tele piene di colore, il suo passatempo di pensionato e antico ebanista.
L’amore portò N. F. lontano, assieme a una laurea in lettere. Diventò insegnante, a Colonia imparò un irreprensibile tedesco e prese un poco l’aspetto della gente di là, occhiali con grandi lenti rotonde e montatura leggera, grisaglie, gesti pacati, capelli tagliati corti con la riga. Ritornava ogni estate nella villetta della giovinezza a bordo di un’auto sportiva e sedeva nel giardinetto retrostante, al tavolino di legno, con la piccola moglie bruna, più volte ritratta a matita.
Il giornale riportava la notizia della sua partecipazione alla Biennale d’arte europea e dell’assegnazione del primo premio per la grafica, ma lui discorreva a bassa voce e curava i fiori e i pomodori dell’orto: aveva conosciuto il suo demone e lo temeva. Suo padre si addormentò una notte d’inverno, la madre visse da vedova molti anni, nella villetta piena di quadri e dischi di Bach e Beethoven.
N. F. un giorno tornò, non per sedersi nel giardinetto, ma per chiudere casa, roso dal demone, con la piccola moglie ammalata per sempre. A meno di sessant’anni diventa un anziano, chiuso in un lager a quattro stelle, perché lui ha lavorato in Germania e può pagare, senza passato e senza futuro, un anziano solo e devastato dal cancro dell’anima, che passeggia sul lungolago appena tiepido di primavera, avanti e indietro, come nell’ora d’aria.
La villetta è venduta, si ristruttura, via la vecchia panchina di legno della nonna, un muratore in solaio tiene in mano qualcosa di colorato, la guarda per un attimo, poi la getta dalla finestrella, in mezzo ai calcinacci. La tavolozza di N.F., la spoglia del suo demone buono, dissolto con la scomparsa della piccola moglie musa, quando il buio incominciava a calare. Passeggia, N. F., sul bel lungolago di Porto Ceresio, si ferma e sembra che guardi lontano, dentro si sé, nel vuoto che ha lasciato il destino. Come un neonato che cerchi ancora il grembo della madre, il liquido amniotico che l’ha nutrito, l’uomo definito anziano compie una piccola svolta per bere quel liquido in forma di lago e ritornare da dove è venuto, nel buio.

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Pubblicato il 19 Marzo 2005
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