Le diverse competitività di Lisbona
Nel marzo del 2000, cinque anni fa, si tenne a Lisbona un Consiglio Straordinario Europeo dedicato a temi economici e sociali. L’obiettivo concordato è stato quello di fare dell’Europa, entro il 2010, il paese più avanzato in campo economico e sociale, e la strategia considerava riforme strutturali nell’occupazione, nell’innovazione, nell’ economia e nella coesione sociale. Nella riunione dell’anno successivo a Goteborg venne introdotto un quinto ambito di intervento: la sostenibilità ambientale.
Questa settimana l’ex Commissario Europeo alla Concorrenza, l’italiano Mario Monti, commentava sul Sole-24ore che i vari Governi della Unione Europea, che tanto si sono recentemente appassionati a discutere su di una riforma del patto di stabilità, raggiungendo infine un accordo, bene avrebbero invece fatto a dare priorità alla attuazione degli obiettivi stabiliti a Lisbona. Sembra che attualmente l’Europa, lungi dall’avviarsi verso quel primato di eccellenza che era nelle intenzioni, si barcameni ben distante dai livelli di realizzazioni degli Stati Uniti e anche, a metà percorso, da quelli previsti all’origine. Tra i venticinque stati della UE i paesi scandinavi sarebbero ai primi posti di virtù, e l’Italia all’ultimo..
Il confronto si fa molto articolato, se dobbiamo considerare i cinque temi citati sopra. Direi che negli Stati Uniti vi sia più innovazione con valida ricaduta nell’economia e nella occupazione, ma che gli squilibri e l’indifferenza sociali di quel paese fanno preferire la situazione e il modo di vita europeo. Riguardo alla sostenibilità ambientale il discorso è poi aperto. Mentre in California vi sono le regole più avanzate e severe contro l’inquinamento dei motori di automobili, e mentre mi risulta che i dirigenti di società americane che ho conosciuto in Italia erano e sono attentissimi a non trasgredire alle norme antinquinamento, l’America non ha aderito al protocollo di Kyoto e sembra rifiutare ogni norma di regolamentazione che possa compromettere il suo sviluppo economico.
Ma questa ansia di competitività mi pare non possa essere una regola di vita. La terra, il nostro spazio e il nostro tempo in questa breve avventura terrena, non può essere considerata una arena di gladiatori, un luogo di battaglia per la supremazia economica senza né compassione, né pietà, né tolleranza. Certo pigrizie, protezionismi e favoritismi possono rendere la vita più facile ai privilegiati, ma si risolvono in un danno per la collettività. D’altronde l’accanimento competitivo e la corsa senza requie alla supremazia rappresentano un modello di vita stressante e infelice. C’è una via di mezzo?
In parallelo alle “strategie di Lisbona” discusse e deliberate dal Consiglio Europeo, si è costituito un “Gruppo di Lisbona” formato da preclari professori, scienziati, industriali, economisti, politici che hanno espresso la profonda convinzione che il Giappone e i nuovi paesi industrializzati del sud-est asiatico, il Nord America e l’Europa Occidentale debbano usare e sviluppare il loro enorme potenziale scientifico e tecnologico e la loro grande ricchezza economica allo scopo dichiarato diriconciliare l’efficienza economica conla giustizia sociale, con la sostenibilità ambientale, con la diversità culturale, con la democrazia politica, piuttosto che asservirli esclusivamente ai propri interessi utilitaristici e alla lotta per la supremazia mondiale.
Ma poi, leggendo, parlando, scrivendo di queste questioni, mi prende l’insofferenza di constatare come da un lato vi siano parole, discussioni ed enunciazioni di concetti e dall’altro i problemi concreti che i governi e i centri di potere effettivo impostano e affrontano (e raramente risolvono) secondo criteri non sempre condivisibili che non sempre (anzi raramente) tengono conto degli interessi comuni in una prospettiva geografica e temporale di ampio respiro.
Ma tuttavia bisogna discuterne, per formarsi delle opinioni e dei giudizi, liberi e possibilmente generosi.
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