Verde speranza

Torniamo tristemente a parlare dell’incrocio dei pedoni volanti, quello delle stazioni, transennato per pericolo crolli da quasi due mesi. Oltre alla crepa madre, ben circondata da ornamenti biancorossi, si stanno via via aprendo crepette mignon nell’asfalto, nel bel mezzo di viale Milano, “tetto” del sottopasso per via Morosini. Un vigile della polizia locale dice che l’inerzia dipende dalle lungaggini dell’ufficio tecnico del comune e non dal prode Nicolettix, visto più volte atterrare in prossimità della mega rotonda portavoti della Schiranna, ma stranamente latitante dalle parti delle Nord. Prima di vedere l’edicola al sommo dell’incrocio farsi un viaggetto sopra un vagone del locale per Laveno, vorremmo che qualche burocrate del fantomatico ufficio tecnico spiegasse in chiaro italiano: che non ci sono pericoli per la popolazione, che le crepe sono soltanto rughe d’espressione e il biancorosso delle transenne non si trasformerà in quello di una scena del crimine. E anche, se per allungare il tempo del verde per l’attraversamento pedonale, occorra uno sciopero della fame, un referendum nazionale, un’interrogazione parlamentare o un sit in di protesta con due o tre nonagenari incatenati ai semafori.

Furia poetica
Dal monte al piano, ogni mezzogiorno chi ascolta il “Gazzettino padano” incontra la voce di Salvatore Furia che spiega bolle africane, nebbie mattutine e serotine, depressioni sul golfo di Biscaglia e rovesci in pianura. Ma da qualche tempo l’ottantenne “prof”, con sottile vena pascoliana, appunta qua e là delicate annotazioni: il primo merlo in canto, i campanellini sbucati sulle spallette dei fossi, le cerulee pervinche occhieggianti al limitare del bosco. La poesia in coriandoli all’ora di colazione, tra una formigonata e un processo alle bestie di Satana. Assolutamente da non perdere. Che il dio Pan ce lo conservi in salute!

Dal belcanto al belconto
La Scala del Piermarini morì sotto i bombardamenti alleati, la Scala del Belcanto spirò con il sovrintendente Ghiringhelli, la Callas e la Tebaldi, Del Monaco e Di Stefano e i vestiti della Biki. Oggi la Scala è un’azienda cantoballettistica dall’estetica ospedaliera, un baraccone in stile mediaset che deve produrre e vendere il terrificante made in Italy “oltre la cerchia dei Navigli”, come avrebbe voluto “o’ maestro” Riccardo Muti. Premesso che cinque minuti della “Tosca” di De Sabata, direttore scaligero degli anni d’oro, riducono in cenere vent’anni di concertazioni mutiane, resta da condannare l’infinito e ottuso provincialismo milanese, capace di snaturare le poche cellule sane della città che fu, ipertrofizzandole come un cheeseburger di McDonald’s.

Versi a metà
Giornata mondiale della Poesia, si tenta di interessare la città alla lettura di versi invece che dell’indice mibtel, con 15 poeti itineranti per vie e locali, dalle 19 alle 22. Risultato: la città se ne fotte alla grande del girotondo poetico, già alle 20,30 in centro non c’è in giro neppure la molecola di sodio dell’acqua Lete. Non un insegnante che abbia portato uno straccio di allievo, la serata era stata pubblicizzata ovunque, magari parlandone prima in classe e invitando un verseggiatore o due, ma la cosa divertente è che nemmeno il resto dei poeti è passato ad ascoltare l’altra metà recitante, tranne casi isolati. Dov’erano gli Scotto, Ielmini, Oldrini, Caielli, possibile che nemmeno in nome della Poesia si riesca a unire le forze e a mostrare un minimo segno di riscossa e di risposta alla narcolessia assessorile? Possibile.

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Pubblicato il 26 Marzo 2005
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