La Nike si autodenuncia. Mani Tese: «Non basta»
Pubblicato il "Rapporto sulla responsabilità sociale dell'azienda": presenti 700 nomi di fabbriche controllate e i dettagli di superlavoro e pressioni
Che la Nike, come tante altre multinazionali dell’abbigliamento e non, fossero responsabili di sfruttamenti di vario tipo era cosa nota, ma messa sotto silenzio dal potere di questi colossi economici, che muovono flussi di denaro pari al Pil di molti Paesi del Sud del mondo. La vera notizia è che l’Imperatore si sia messo a nudo, autodenunciando i propri misfatti in giro per il globo. Come prevedibile, le cifre sono impressionanti: 700 fabbriche sparse in tutti i continenti, alle quali Nike ha subappaltato il “lavoro sporco”, che occupano circa 650 mila dipendenti. E poi straordinari non pagati, orari che in alcuni casi superano le 60 ore settimanali, lavoro minorile, sindacati vietati, stipendi sottopagati e tanto altro. Nel “Rapporto sulla responsabilità sociale dell’azienda” sono indicate tutte le fabbriche controllate e descritte le condizioni di lavoro interne, con la denuncia dei casi di sfruttamento e di pressione. I casi più numerosi in Cina e nei Paesi asiatici, ma molte aziende sono ubicate in Europa, in Sud America, in Canada e negli Usa.
A spingere l’azienda a questa presa di posizione hanno avuto un ruolo fondamentale le numerose campagne di informazione e boicottaggio che molte organizzazioni non governative e associazioni di vario tipo hanno sostenuto e sostengono. Tra le italiane in prima fila c’è da sempre Mani Tese. Il giudizio degli addetti ai lavori è cauto: «È solo un primo passo – spiega Maria Rosa Cutillo, responsabile delle relazioni esterne della Ong con sede in piazza Gambara a Milano -. Nel rapporto ci sono ancora vari punti da approfondire e analizzare con la dovuta cautela. La Nike è arrivata a compiere questo passo dopo varie pressioni, prima fra le quali la denuncia di Mark Kasky, attivista americano per i diritti dei lavoratori del Terzo Mondo, che nel 1998 denunciò l’azienda americana per lacune e inesattezze presenti nel primo rapporto sociale: solo adesso la Nike si rende conto della necessità di un rapporto più approfondito e credibile, dopo anni di silenzio».
«Analizzando il rapporto – prosegue la Cutillo – sorgono poi alcuni dubbi. Innanzitutto non sono spiegati i metodi con i quali l’azienda ha indagato nei vari Paesi per arrivare a scoprire i casi di sfruttamento, come la Nike ha cioè collaborato con Ong e sindacati. Poi non risulta chiaro come siano arrivati a stabilire certe cifre, come ad esempio i 5 bambini sorpresi a lavorare: i controlli in certe aree sono molto difficili, i numeri che la Nike fornisce lasciano qualche dubbio legittimo. Noi restiamo sulla nostra posizione: come chiediamo con la nostra campagna “Meno beneficenza, più diritti”, servono mezzi di controllo che permettano di tenere sempre monitorate le aziende, per poter verificare con certezza se rispettano gli standard codificati in tutta la filiera produttiva. Insomma, la Nike con questo rapporto non smette di sfruttare i lavoratori. È importante il fatto che siano citati nomi e cognomi, questo potrebbe fare da esempio per altre aziende». Serve dunque di più, nel frattempo non resta che continuare a chiedere trasparenza e chiarezza. Sperando che altri imperatori si tolgano, anche se solo in parte, le loro pesanti vesti.
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