Trent’anni a Roberto Guaia

Un anno fa uccise i due figli. Per lui anche tre anni in un istituto psichiatrico

Sentenza pesante quella emessa stamane dal Tribunale di Busto Arsizio nei confronti di Roberto Guaia, l’uomo che l’8 aprile 2004 uccise i due figli Danny ed Ilaria, di 14 e 17 anni. Il gup Adet Toni Novik ha inflitto 30 anni di reclusione all’uomo, che inoltre dovrà scontare tre anni in una struttura psichiatrica.

Il duplice delitto aveva sconvolto Busto Arsizio: una mattanza vera e propria con tanto di inseguimento per le stanze della casa. Guaia aveva letteralmente sgozzato i suoi figli e il terzo si era salvato solo perchè in quel momento non si trovava in casa.
All’origine del folle gesto i dissidi con la moglie che viveva in Germania e l’odio per la donna, alla quale erano stati affidati i figli.

Guaia ha evitato l’ergastolo in quanto il processo si è tenuto con rito abbreviato. Il pm Roberto Craveia aveva inizialmente richiesto 40 anni di reclusione (60, divenuti 40 con la riduzione di un terzo della pena prevista per il rito abbreviato), poi di fatto ridotti a 30 nell’ultima udienza. Di fatto Guaia è stato condannato a 24 anni di reclusione per ogni omicidio, temperati dal massimo della pena prevista per il rito abbreviato, che è per l’appunto di 30 anni, più tre anni di ricovero presso una struttura psichiatrica vigilata.

«La pena appare sproporzionata, e soprattutto non si sono neanche concesse le attenuanti generiche» commenta Sergio Bernocchi, il legale dell’imputato. «Se non altro è stata accettata la tesi della semiinfermità mentale, che nel giudizio è andata a controbilanciare l’aggravante dei motivi abietti; inoltre siamo riusciti a far togliere l’ulteriore aggravante della crudeltà». Guaia è uscito dall’aula distrutto, in lacrime. «Non ha più ragioni di vita dopo quello che ha fatto» commenta l’avvocato. «Il giudice avrebbe potuto mostrare maggiore comprensione verso un uomo che ha sempre vissuto in una situazione di obiettiva povertà sociale e culturale. Sicuramente faremo ricorso in appello».

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Pubblicato il 18 Aprile 2005
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