Pioggia e medicinali: quegli inquinanti ancora sconosciuti

L'Università dell'Insubria sta studiando le acque che arrivano al depuratore di Sant'Antonino. Per capire quali e quante sostanze inquinanti circolano nell'ambiente

La pioggia inquina e nessuno lo sa. Ciò valeva soprattutto, qualche anno fa, quando non si valutava ancora, con l’esatta consapevolezza, la portata inquinante delle acque di prima pioggia. In quel tempo, non molto lontano, venne costruita la maggior parte dei depuratori: «Anche sul lago di Varese – spiega il professor Giordano Urbini, docente di Ingegneria sanitaria – il depuratore è stato pensato per raccogliere le acque nere. Quando piove, però, nelle condotte fognarie si riversa anche l’acqua piovana e la portata aumenta in modo esponenziale. Per far fronte alla portata aumentata, almeno del 1000%, sono stati introdotti gli "sfioratori", canali dove le acque in surplus vengono immessi direttamente nel bacino idrico di riferimento senza passare dal depuratore. Queste acque, però, trasportano molti agenti inquinanti, raccolti per le strade, nei campi agricoli e in altri ambienti».

Oggi l’importanza delle acque meteoriche è presente anche se non ancora del tutto calcolata: «Non esistono studi specifici che chiariscono l’incidenza inquinante della pioggia. Si dovrebbero analizzare i singoli bacini per conoscere gli effetti delle piogge. Non solo dal punto di vista quantitativo, ma anche qualitativo: solo indagini specifiche potrebbero evidenziare la presenza di macro inquinanti ma anche di micro, sostanze  impercettibili la cui presenza, però, è altamente pericolosa per la salute umana». L’Università dell’Insubria sta conducendo un’indagine sulle acque che confluiscono nel depuratore di Sant’Antonino che raccoglie le acque di Arno, Rile e Tenore.

Per il professor Urbini ( nella foto), che sta seguendo a livello nazionale e internazionali i progessi di questo filone di ricerca, da non sottovalutare è la crescente presenza  di medicinali nei bacini idrici: «Si tratta di sostanze che passano indenni anche i filtri di depurazione, ma che possono compromettere gravemente la sicurezza dell’acqua».

Nonostante la consapevolezza della pericolosità delle acque piovane, la situazione in Italia, ma anche nel resto del mondo industrializzato, è abbastanza complicata perchè la soluzione del problema passa attraverso la riprogettazione dei sistemi di raccolta delle acque con un grave dispendio di risorse e notevoli disagi per le popolazioni dato che si andrebbero a scavare nuovi condotti: «Una soluzione, parziale, potrebbe essere pensata per le piccole comunità, quelle non ancora servite da depuratori, che potrebbero essere colletate con micro impianti studiati con tecnologie all’avanguardia. Noi stiamo già operando in questo senso in Brasile, con impianti per comunità piccole e piccolissime, con sistemi, come la fitodepurazione, già applicata ma adattata con innovazioni studiate ad hoc».

Il lago di Varese, comunque, per il professor Urbini non può spiegare il suo stato di salute attuale con la portata delle acque piovane: «Il bacino è sempre stato molto delicato. Soggetto a qualsiasi variazione anche piccola. L’inquinamento da acque meteoriche deve considerarsi minimale, anche se il territorio circostante presenta un inquinamento rilevante».

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Pubblicato il 24 Maggio 2005
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