Un pastore con la porta, e l’email, sempre aperta

Don Michele Aramini è cappellano alla Liuc da nove anni. Ripercorre le tappe e le ragioni del suo lavoro

A piano terra, in fondo al corridoio delle aule c’è una piccola capella. Discreta, semplice, molto curata, una dozzina di panche, alcune piante, un piccolo altare e un leggio. Al suo fianco un ufficio con una scrivania con chiari segni di lavoro, di vita. È il regno di don Michele Aramini, cappellano alla Liuc da nove anni, da quando cioè l’Università decise di stringere una convenzione con la Diocesi e di aprire le porte a un religioso che si occupasse di questa particolare comunità.

Da allora don Michele, per 3-4 giorni alla settimana, arriva a Castellanza alle 11 di mattina per restarvi fino alle 21. Una presenza discreta, ma di grande importanza. «A volte svolgo una funzione spirituale di pronto soccorso. Gli studenti arrivano con i problemi più diversi, mi raccontano, magari risolvono le loro questioni e poi non li vedi più. Ma non è sempre così e la cosa più grande è proprio quella di esserci, con la porta aperta senza la pretesa di arrivare a chissà quali risultati».

La storia di don Michele è interessante, non diversa da tanti giovani che hanno scelto la via del sacerdozio, ma nemmeno di quelle tradizionali. Palermitano è arrivato a Milano nel 1971 per studiare ingegneria chimica al Politecnico. Un buon successo con tre esami superati brillantemente. Poi arriva una prima crisi, "una sorta di flash", che gli fa domandare che valore potrà avere per la società disporre di un ingegnere in più o in meno. Si avvicina allora alla parrocchia impegnandosi nelle attività dell’oratorio. Da lì a qualche mese la scelta definitiva che lo vedrà entrare in seminario per diventare sacerdote diocesano.

Oggi don Michele oltre all’impegno verso i suoi ragazzi e colleghi della Liuc, insegna bioetica e teologia alla cattolica. Il sabato e la domenica trova anche il tempo di dare una mano nella parrocchia di Mesero. «In verità fino a settimana scorsa ho fatto anche un terzo lavoro. Per un centinaio di sere all’anno sono in giro per conferenze sulla bioetica. Ora con i referendum mi sono fermato per un po’».
Ma per don Michele gli ultimi nove anni di vita sono contraddistinti da un nuovo e appassionante impegno: il centro pastorale all’Università Cattaneo. Lui si sente parte di questa particolare comunità. Ha uno sguardo aperto, simpatico. Sorride spesso e guarda con profonda attenzione l’interlocutore mettendolo subito a suo agio. Il suo particolare ruolo gli permette di ascoltare con attenzione anche problematiche comuni, non spirituali e così di poterle sottoporre a chi ha le leve del comando nella struttura universitaria.

Come è arrivato alla Liuc?
«Tutto è nato dall’esigenza del vecchio parroco di Castellanza di proporre un percorso educativo spirituale ai ragazzi dell’Università. La Diocesi allora con il cardinal Martini aveva buoni rapporti con i vertici della scuola e così venne siglata una convenzione molto semplice. La Liuc avrebbe messo i locali e la Diocesi il personale, nel totale rispetto reciproco. In realtà in questi anni l’università ci ha anche aiutato nelle attività».

Come mai il vescovo ha scelto proprio lei?
«Credo pensasse che ero la persona giusta. Io insegnavo già religione in un liceo milanese. Avevo un bel rapporto con gli studenti che andava al di là delle lezioni al mattino. Inoltre mi stavo specializzando in bioetica e teologia morale. Mi chiesero di venire e accettai. Non sapevo nemmeno dove era Castellanza».

Sono passati nove anni. Come sono stati?
«Di fronte a questo tempo mi viene sempre in mente quello che mi diceva la bidella Mantovani appena andata in pensione.  "Don Michele, lei è ringiovanito qui da noi". E aveva ragione. Qui occorre sempre interrogarsi e non è possibile istituzionalizzarsi. L’Università è cambiata molto e io devo tenerne conto. Anni fa avevamo molti ragazzi che pur lavorando seriamente erano un po’ "ciondoloni", passavano qui più tempo di quanto ne occorresse. Per questo avevano una maggiore disponibilità a frequentare anche le mie attività. Ora i ragazzi hanno tempi più contingentati e quindi fanno più fatica. Io però non mi rammarico e ho iniziato a lavorare di più con il campus e da qui recupero anche gli altri ragazzi».

Quali attività propone?
«Ce ne sono di diversi generi Alcune sono religiose formative come la Messa settimanale, gli incontri sul Vangelo tutti i giovedì, alcuni momenti di meditazione su tempi specifici. Poi in certi periodi dell’anno proponiamo dei ritiri».

Come è vissuta la sua presenza?
«
Dalla maggioranza amichevolmente. Io mando tutte le settimane il commento del Vangelo e spesso mi arrivano delle email. Sono vissuto come una sorta di pronto soccorso spirituale, ma la cosa più importante è quella di esserci e di essere presente. I ragazzi mi cercano per le ragioni più diverse, anche per questioni di tipo scolastico».

E dal corpo docenti e il restante personale?
«Molto bene. Un ottimo rapporto. Tre quattro volte all’anno ci troviamo per delle cene a casa mia in cui si affrontano dei temi filosofici. Sono momenti di cui si discute per molto tempo e in vari ambienti».

Quali sono stati i momenti più brutti e quali i più belli?
«La nostra è una comunità giovane, ma molto numerosa e ogni anno muore qualche ragazzo. Ecco quando queste perdite sono dovute a suicidi sento forte l’impotenza di non aver potuto fare di più, anche se molto spesso non è legato certo alla scuola un tipo di scelta così drammatica. Un altro momento in cui fatico è quando vedo che propongo cose e non ho la risposta sperata, ma questa delusione è davvero momentanea perché immediatamente dopo mi accorgo che c’è sempre interesse. I momenti belli invece sono tutti i giorni. Da nove anni vengo a lavorare e sono sempre contento. Non è sempre facile, perché ogni anno scolastico cambiano gli studenti e sembra sempre di vivere nell’estraneità, ma dura poco questa sensazione perché poi si riprende subito il ritmo. Questo è un lavoro che richiede sempre aggiornamento. Ora devo riprendere a studiare inglese perché quello che mastico è tropo poco per affrontare i ragazzi dell’Erasmus».

La sua comunità è particolare. 2700 studenti, di cui oltre 300 residenti nel Campus. Come se la cava con argomenti scottanti quali quelli della sessualità?
«In generale i ragazzi danno molto per scontato. Certo la Chiesa deve colmare uno iato e non può essere fatto solo sollevando una questione di principi. Io non affronto mai la questione partendo dall’idea del peccato, ma valorizzando ciò che significano i valori. Spesso sono i giovani ad arrivare da me confessando sconfitte o crisi. Non ha alcun senso fare morali o fare prediche. Quelle le facevo quando ero giovane e inesperto. Ora non servirebbe a niente e a nessuno. Occorre far riscoprire i valori partendo dall’esperienza vissuta. Con i ragazzi serve a poco l’affermazione teorica dei principi».

A questo proposito, alla fine degli anni sessanta Bob Kennedy si diceva preoccupato per l’eccessiva ricchezza in cui stavano crescendo i giovani americani. Diceva che questa non era di stimolo a voler cambiare il mondo. I suoi ragazzi qui provengono da un ambiente sociale che richiama molto quella citata da Kennedy. Quanta coscienza sociale c’è in questi giovani?
«Poca e me ne rammarico. Questa è un’età, ma anche un periodo storico in cui le risposte a certi stimoli sono davvero scarsi. Io continuo a far presente l’importanza del volontariato o del farsi carico degli altri, ma spesso sono inascoltato».

La sua esperienza è seguita nella Chiesa?
«Poco! Molti sacerdoti non sanno neanche che esista questa Università. Sto organizzando degli incontri con i responsabili delle Zone ecclesiastiche e con i sacerdoti più giovani proprio per far conoscere questa realtà».

Vuol dire che la Liuc vive isolata?
«Questa deve essere l’Università del territorio È grande abbastanza per diventare un vero punto di riferimento. La nuova gestione sta prestando molta più attenzione a questo punto. Lo sviluppo di rapporti con il territorio è visto come un punto prioritario e questo è un bene per tutti».

Che cosa le piacerebbe vedere realizzato?
«Un maggior gioco di squadra e un maggior spirito di appartenenza. Abbiamo tutti i numeri e le carte in regola per essere una bella squadra».

Quanto resterà ancora alla Liuc?
«Ogni nuovo anno scolastico fatico non poco ma poi mi dico convintamente sì! Voglio restare. Non mi sento vecchio e ho voglia di dare ancora molto. Certo resta il fatto che queste scelte non dipendono da me, ma dalla volontà del mio Vescovo».

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Pubblicato il 17 Maggio 2005
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