Forme dell’esistere

Al Chiostro di Voltorre una bella mostra mette a confronto due artisti italiani e due tedeschi

Il luogo in sé, ai nostri occhi, è già oggetto di indagine; si apre al proprio interno, si pone come elemento autosufficiente, autonomo, se ne sta fuori dal mondo e allo stesso tempo contiene mondi.

Luogo di visioni antiche e nuove, di simboli senza tempo, di rappresentazioni. Ogni qual volta poi si anima di nuove visioni appare, ancora di più, come luogo ideale per qualsivoglia evento.

Non solo perché rende visibile mondi immaginari, più semplicemente perché trasforma visioni in dati di realtà, in simboli, mutando così l’opera, in linguaggio.

E di linguaggi si tratta quando l’evento accosta opere che attraversano differenti contesti culturali. Così, l’aprirsi del chiostro all’interno diventa metaforicamente un andar al fondo delle differenti radici linguistiche che animano l’attuale esposizione.

Nella diversità di linguaggio Peter Gilles, Ferdinando Greco, Birgit Kahle, Federico Simonelli costruiscono un evento capace di mostrare tutte le precarietà e la contraddittorietà del vivere, una mostra in grado di avvolgersi e di svolgersi lungo i faticosi percorsi e le dure esperienze del  quotidiano.

Gilles, attraverso una serie di impronte del proprio corpo, fatte dal suo stesso sangue libera, in una sorte di tensione catartica, le claustrofobiche ossessioni presenti nel proprio essere.

E nella sintesi gestuale il corpo esegue, sul biancore della tela, una cerimonia rituale di carattere animistico, in un’idea sacrificale realizzata senza alcune riserva e sulla quale Gilles riversa tutto se stesso. Moderno sciamano,  nel  gesto comunicativo,  visionario e rituale dell’azione artistica, pone segni di  possibilità per un’ espiazione della carne e, allo stesso tempo,  consacra  quell’energia e quello spirito che anima il corpo in un trait d’union tra la materialità della vita e l’attrazione sublimante, tutta spirituale, dell’eterno.

Nelle “tavole picte” di Greco c’è un vuoto metafisico di riferimento.

Soltanto esili tracce, frammenti stratificati di immagini sacre e profane, emblemi e reperti industriali trovati e poi sapientemente stravolti in una saturazione di superfici dipinte o svolte su supporti polivinilici.

Un apparente disordine compositivo in cui il peso della materia serve a mettere a nudo le passioni, le insicurezze, le inquietudini dell’anima ma anche a far affiorare l’umana urgenza di una condivisione.

Nel vuoto di riferimenti attuali, in cui tutto appare consacrato al suo annientamento, alla sua morte la serie di “Diorami dell’eremita” o quella monocroma dei crocefissi di “Se tu no la tua ombra” si impongono come apparizioni, come sacre sindoni, in un bisogno di redenzione che supera la morte stessa. E poi c’è la parola, che non illustra, non spiega ma interloquisce con l’opera , la completa, rimanda all’osservatore.  Un rimando continuo tra il dentro e il fuori d’ognuno, tra la profondità universale  dello spirito e la quotidiana superficie della materialità delle cose.

Nel segno della mutazione le opere di Birgit Kahle, tutte giocate sul corpo, sul proprio corpo.

Foto ingigantite di animali,  di paesaggi, di volti. Frammenti fotografici di corpi femminili  che ci avvolgono nel conflittuale processo dell’esistere e che si concretizzano in visioni interiori dal forte impatto evocativo. Le foto, ingigantite sino alla grandezza naturale si offrono come installazioni , si aprono attraverso tagli o abrasioni, si annullano attraverso sovrapposizioni monocromatiche nere, in   irriconoscibili  cicli di continua metamorfosi.

Sacre rappresentazioni colte nella oscura profondità dell’essere nel quotidiano in cui la riconoscibilità degli elementi, la loro cosciente messa in scena  vince la negatività del vivere e, allo stesso tempo, apre  al ciclico mistero della natura, in  analogia al profondo rapporto di mistero del femminile con il  mondo.

Tra spirito e materia non c’è alcuna complementarietà, al contrario la loro separatezza è segno di un’unica certezza, la coscienza della nostra finitudine.

E’ nel limite concettuale delle distanze, della impossibilità di conciliazione tra elementi il terreno d’indagine della poetica di Federico Simonelli. Ma se la vita appare come illusione, per via della impari lotta verso la perfezione: perfezione della materia, delle forme, dell’esistenza, l’arte, attraverso le sue immagini intreccia possibili risposte.

Le testimonia nelle loro oggettive realtà, anche quando le immagini si mostrano come ombre emergenti da situazioni plumbee, “O terra di Iona”, anche quando diventano metafora della vita presentandosi come ipotetica partita a scacchi tra due invisibili contendenti, “Omaggio a M.D., o nel dilatarsi  in spazi a dismisura lungo carte topografiche che circoscrivono nazioni, eventi, percorsi della storia.  In questo eterno ma sempre ciclico passaggio delle situazioni è la risposta al nulla, all’illusione, alla amara e sempre più frustante consapevolezza del limite dell’esistenza.

Così dalla profondità del luogo alla profondità del proprio centro esistenziale il passo è stato breve, e la durezza delle pietre fa da  supporto alla durezza dei linguaggi li proposti.

Linguaggi duri. Poco propensi ad ammorbidirsi per compiacere. Lingue che emergono da un’atmosfera già carica di forti connessioni con la storia , in un bisogno comunicativo che supera  in un sol balzo i tanti teatrini dell’effimero sempre più in auge nella pochezza dell’attuale cultura dominante. 

Non poteva essere che così se gli autori , nella differenza  e nella drammaticità della loro personale lettura del mondo condividono un comune bisogno di futuro.

Niente in questa mostra è sotto effetti spettacolari, niente riconduce i quattro linguaggi alle poetiche dell’evento in sé, al semplice gioco ludico, al non senso.

L’arte, questo tipo d’arte, si fa disciplina autonoma in grado di enunciare e di auto analizzarsi.

Non è mai nichilisticamente auto referenziata e se pur le forme veicolano un mondo di solitudini, a volte barbarico, apocalittico, cupo, pessimistico, quest’arte resta, pur sempre, propositiva testimonianza della propria resistenza alle lusinghe del  mondo. 

Perché solo la vita nella sua tensione all’eterno  è il soggetto del rappresentare;  oggetto e  soggetto attraverso il quale è possibile produrre segni duraturi di comunicazione .

E poiché non è più pensabile riferirsi oggi,  ad una forma Metafisica  come alla sola realtà fenomenica capace d’essere l’unico possibile momento di riflessione e di riconoscibilità per l’arte, questo modo di fare arte, questo tipo d’arte offre, nell’individualità d’ogni autore, il generale del mondo.  Non una forma, ma forme, forme dell’esistere.

Le lingue si sono semplicemente incrociate, quelle degli autori e quella delle pietre, quelle delle visioni e quella degli osservanti, così che  il luogo si è fatto ancora di più  cerniera a  nuove storie per la contemporaneità.

 

Nel Profondo

Chiostro di Voltorre sino al 3 Luglio 2005

Il corpo, il rito, il tempo, la morte

Greco-Gilles-Kahle-Simonelli

a cura di Lorella Giudici

 

 

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Pubblicato il 01 Giugno 2005
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