«La mia adolescenza in un film»
Il regista varesino Giacomo Campiotti racconta la sua ultima opera, “Mai più come prima”, in uscita nelle sale l’11 novembre

«Un film dedicato ai miei ricordi di quando andavo al liceo Cairoli a Varese e alle avventure vissute con i miei amici di allora». Giacomo Campiotti parla commosso del suo ultimo film, Mai più come prima, in uscita nelle sale il prossimo 11 novembre e prodotto da lui, con la neonata casa di produzione Prana Film, insieme a Medusa e Sky. «Credo molto in questo film, tanto che sono diventato anche produttore per poterlo realizzare – spiega il regista di origine varesine, giunto alla ribalta internazionale nel 1994 con l’applaudito Come due coccodrilli e che nel 2004 ha raccolto diversi premi nel mondo con il film per la televisione Il dottor Zivago -. Mai più come prima è ispirato alla vita vissuta, ai ricordi e alle sensazioni di quei 18 anni, quando durante una semplice vacanza trekking ti ritrovi di fronte alla realtà, al fatto che devi crescere».
Mai più come prima, infatti, racconta la storia di un gruppo di amici, tra cui anche un portatore di handicap, che, durante una vacanza in una casa sulle Dolomiti, per la prima volta devono confrontarsi con importanti aspetti della vita «come il coraggio, il dolore, la responsabilità e la sessualità – spiega il regista -, e che alla fine dovranno trovare la forza per esercitare la libertà di scegliere il proprio destino, contro le pressioni della famiglia e della società. Una sorta di iniziazione che i ragazzi devono attraversare per diventare uomini».
Perché un film sulla fine dell’adolescenza? Come è nata l’idea?
«Il film è ispirato alle forti emozioni che ho provato nella mia adolescenza quando ho vissuto delle esperienze simili, al liceo Cairoli di Varese, quando sono andato in vacanza con gli amici. In particolare quando avevo 17 anni, durante un trekking in montagna, in un incidente morì uno di noi. La storia del film ha poco a vedere con la storia vera. Ma ho cercato di non tradire quelle emozioni di allora, che avevano a che fare con l’adolescenza, la scoperta della morte proprio nel mezzo di un momento stupendo di scoperta della vita, nell’età in cui ci si sente onnipotenti e si pensa di avere davanti solo il futuro senza limiti… l’esperienza di qualcosa di tragico apre una visione completamente nuova, che all’impatto sembra assurda, ma che è il problema centrale della nostra esistenza».
Molti i ricordi di giovinezza presenti, quindi…
«Si, ad esempio al liceo un mio amico e compagno di classe era un ragazzo portatore di handicap e, anche se non era con noi in quella particolare drammatica avventura, molte altre volte veniva con noi. Ce lo portavamo in spalla a turno e facevamo anche trekking lunghi più di una settimana, dormivamo in tenda tutti insieme con le nostre ragazze. E’ nato così il personaggio disabile nel film.
Per interpretare questo ruolo ho chiamato un ragazzo veramente spastico, Nicola. E’ uno straordinario ragazzo di Palermo, una forza della natura, frequenta l’università e vive la propria menomazione fisica con grande intelligenza ed auto-ironia».
Cosa è cambiato dagli anni ’70, quando avevi l’età dei protagonisti di Mai più come prima?
«Il mondo era molto diverso, anche molto più grande. Nella vita privata e pubblica non avevamo pudore a parlare di temi forti. Le cose non sono comunque cambiate moltissimo.
Allora si sentiva fortissima l’ideologia, in tutto, anche nel modo di parlare e di vestire. Avevamo tutti delle certezze un po’ facili, molte si sono rivelate fallaci, urlavamo "W Stalin" e "W Mao" senza sapere cosa significasse davvero. C’era il desiderio di appartenere a un clan o a un branco, spesso contro la famiglia. Nella ricerca della nostra individualità dovevamo “appoggiarci” a qualcosa di grande e di ideale ma l’ideologia per molti di noi era qualcosa di molto superficiale: ho visto poi tante trasformazioni politiche dei miei coetanei dovute soltanto ad interessi personali».
Nel film, oltre ai giovani, c’è anche un altro protagonista, vero?
«Sì, la natura. La montagna è potente, spero che dal film venga fuori l’amore per la natura che secondo me è sacra, un dono per tutti che abbiamo davanti tutti i giorni. Ma, ciechi e schiavi come siamo dei ritmi di oggi, dimentichiamo che veniamo proprio e solo da lì, è nel nostro Dna far parte della natura, anche se oggi un albero in fiore o un tramonto vengono considerati come qualcosa di melenso. C’è una cultura imperante del brutto. La natura è un elemento forte nella storia, anche se non è un film sulla natura, ma un film sui rapporti tra i ragazzi, parla della libertà di scegliere il proprio destino e di come trovare la fiducia in se stessi, un problema essenziale per i giovani. Il film vorrebbe far riflettere sull’ energia che ognuno di noi ha, un enorme potenziale che spesso ignoriamo di avere».
Ti vuoi rivolgere soprattutto ai giovani?
«Sì, il film è per loro. Credo che quando riusciamo a buttare giù il loro muro di indifferenza – che in realtà è solo una difesa – si può entrare in rapporto con gli adolescenti. Allora si trova una grande sensibilità ed un enorme bisogno di risposte che la famiglia, la scuola, la società e le istituzioni non riescono a dare. Quello che il film vorrebbe dire ai ragazzi è che bisogna cercare la forza dentro se stessi, che questa forza c’è per poter seguire i propri desideri ed ideali più belli.
Ho fatto centinaia di provini ed ho scoperto una grande fragilità nei ragazzi, ma anche un desiderio vitale di trovare la propria unicità, contro i modelli imposti dalla televisione e dal mercato».
Una presenza importante nel film è anche la morte. Come l’hai affrontata?
«Un amico che ti viene a mancare è purtroppo un esperienza comune tra i ragazzi, ma sono lasciati soli al loro dolore perché nella nostra società la morte è rimossa. La cultura edonistica ha censurato il dolore e la morte, salvando solo l’orribile rappresentazione mediatica e spettacolare che non produce riflessione ma solo imbarbarimento e audience. Davanti alla morte siamo soli e il film racconta come viene vissuto questo evento dai ragazzi e come possa dare un senso più profondo alla loro vita, spingendoli a diventare più liberi e a scegliere di vivere pienamente: l’accettazione della morte dà un senso alla vita e la arricchisce».
I tuoi film hanno sempre un respiro molto internazionale…
«Dipende cosa si intende per internazionale. Se si intendono i mezzi, questo film è molto povero: ho cercato anche di trovare un linguaggio più vicino ai giovani utilizzando spesso una macchina a mano, “sporcando” le riprese. Se per internazionale si intendono gli argomenti trattati, sì penso che anche “Mai più come prima” riguardi argomenti che toccano tutti gli adolescenti del mondo».
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