La ricchezza delle nazioni, cavalli da tiro e internet
Ho ripreso in mano “La ricchezza delle nazioni” di Adamo Smith, che il pensatore scozzese scrisse nella seconda metà del 1700. Smith era in relazioni con il poeta e letterato Samuel Johnson, con lo storico scrittore Edward Gibbon, con lo scienziato Beniamino Franklin, con i filosofi enciclopedisti Voltaire e D’Alembert, con il finanziere Jacques Necker. Una illustre brigata in un periodo significativo ed importante nella storia economica del mondo: era iniziata la rivoluzione industriale.
E’ bene rileggere gli autori i classici. Si ha modo di verificare le loro teorie e interpretazioni a fronte della conoscenza della evoluzione successiva ai loro scritti e con la comprensione maturata dei fenomeni spiegati dalle teorie successive.
Smith era assertore degli effetti benefici dell’egoismo economico dell’uomo che non intende promuovere il pubblico interesse né si pone il problema di quanto lo promuova, ma nella sua azione egoistica, come guidato da una mano invisibile, promuove di fatto l’interesse della società più che se non si fosse ripromesso proprio questo scopo. Ho ripensato a miei ragionamenti giovanili quando ritenevo che una economia nazionale programmata (e pensavo all’economia sovietica) potesse evitare gli sprechi e le duplicazioni che la libera concorrenza comportava, quali ricerche e produzioni conflittuali, inutili esborsi di pubblicità, fallimenti. Ma il pratico confronto fra il mondo capitalista e quello del comunismo reale ha poi dimostrato come in quest’ultimo ci fosse miseria economica e bassa qualità di vita. E’ stata una bella lezione.
Nel suo testo Smith tratta, quale prima considerazione rilevante per la ricchezza delle nazioni, la divisione del lavoro, attribuendole l’origine prima della ricchezza generata. L’uomo che, isolato in una fattoria, è costretto a passare da un lavoro all’altro per soddisfare i bisogni suoi e della sua famiglia, ha una produttività bassissima rispetto al lavoratore specializzato che fa un solo tipo di prodotti. La produzione specializzata, aiutata da macchine appositamente inventate, è enormemente maggiore e assolutamente eccedente il fabbisogno del produttore. Una produzione così efficiente è però possibile solo se si trova da vendere l’eccedenza rispetto ai bisogni del produttore, quindi la divisione del lavoro (e l’utilità della maggiore produttività) è limitata dalla estensione del mercato. E un grande mercato richiede mezzi di trasporto economici. Viene quindi comparato il costo di trasporto con carri a cavalli via terra rispetto al trasporto per via d’acqua, e questo spiega come le civiltà si siano sviluppate lungo le coste e lungo i fiumi navigabili.
E’ bello seguire questi ragionamenti piani ed approfonditi (per due capitoli si parla della produttività nella fabbricazione di chiodi, che all’epoca erano forgiati), poiché rientrano in un metodo di analisi di fatti noti e facilmente verificabili per formulare delle regole generali e per illuminare ragionamenti elementari con la logica per farne scaturire domande significative e risposte esaurienti. E certo gettano ulteriore luce sulle considerazioni fatte ai nostri giorni riguardo il mercato globale e sull’ipotesi di chiudere le frontiere o imporre dazi per risolvere problemi di concorrenza locale. Il restringimento del mercato sarebbe in contrasto con una delle condizioni perché si generi ricchezza per le nazioni, secondo Adamo Smith, pensatore della seconda metà del 1700. E non posso che concordare.
Ma tutto questo ragionare sui carri con due carrettieri e otto cavalli da tiro che impiegavano sei settimane per trasportare quattro tonnellate di merce da Londra a Edimburgo, contrapposto a una nave a vela con sei o otto marinai che nello stesso tempo trasporta duecento tonnellate di merce dal porto di Londra a quello di Leith, mi ha richiamato alla mente il libro “Being digital” (essere digitali) di Nicholas Negroponte, fondatore e direttore del Media Laboratory del MIT (Massachusset Institute of Technology). Scritto nel 1995 (sono passati dieci anni, che nel campo dello sviluppo informatico è periodo lunghissimo) è ancora attuale. Vi si contrappone l’atomo al bit. Atomo, la particella elementare dei corpi, fonte di peso e ingombro; il bit, particella elementare dell’informazione, ha due configurazioni immateriali, si o no, 1 o 0, e in questa dicotomia esprime e condensa ogni possibile forma di comunicazione: caratteri, suoni, immagini. Pensate ai giornali, ai libri, ai dischi, alle pellicole cinematografiche, ai costi di stampa, incisione, alla distribuzione, all’archiviazione e conservazione, e al consumo di materia. Tutti prodotti formati da atomi, ingombranti e pesanti, laboriosi da trasportare. Ecco carri trainati da otto cavalli, navi, furgoni, autotreni, aerei. Le stesse informazioni possono essere trasferite sotto forma di bits, lungo canali informatici, con velocità infinitamente maggiore ed a costi infinitamente minori. E così per i viaggi delle persone, per recarsi a una riunione di consiglio di amministrazione; la si tenga invece in tele-conferenza.
La nostra organizzazione non ne trae ancora i benefici che potrebbe. Ci vuole determinazione e buona volontà; la tecnologia è disponibile. Nel mio studio abbiamo deciso di abolire la carta, prepariamo e archiviamo tutto in formato elettronico. Ma è difficile cambiare la mentalità; difficile ed entusiasmante.
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