Ortaggi e scelte di vita
La settimana scorsa mi sono riferito a negozi alimentari al dettaglio e grande distribuzione. Ho rilevato tre principali aspetti: la comodità degli utenti, che con rapidità, maggior scelta e costi più contenuti possono provvedere in un solo luogo; la possibilità di socializzazione, ottenibile anche nella grande distribuzione; i problemi di sopravvivenza dei proprietari dei piccoli esercizi, e questo è un fenomeno inevitabile, come tanti altri in un mondo economico in evoluzione, e bisogna provvedere con ammortizzatori sociali.
La filiera di produzione, distribuzione e consumo alimentare mi suggerisce ulteriori considerazioni riguardo la scarto di prezzi tra produzione e consumo di alcuni prodotti, che può raggiungere dimensioni che appaiono ingiustificate. Agricoltori vendono i loro prodotti a prezzi non rimunerativi, mentre i prezzi al consumo si mantengono a livelli onerosi e inaccessibili per molte famiglie. Si può riscontrare uno scarto di cinque volte, e anche più, tra il prezzo alla produzione e quello al dettaglio. Certo tra il prodotto che matura sui campi, esposto ai rischi climatici, e il prodotto disponibile sui banchi dei negozi, v’è un lungo viaggio, con incertezze, pericoli, selezioni, eliminazioni, manipolazioni e adempimenti. Dalla produzione al consumo vi sono funzioni da svolgere, che comportano un loro costo e rimunerazione. Se questa rimunerazione è molto elevata rispetto ai costi intrinseci, il gioco della libera concorrenza dovrebbe attrarre nuovi operatori con il risultato di una riduzione dei prezzi di vendita del servizio. Ma questo non sembra avvenire. Una simile situazione è sovente indizio di tutela corporativa di certe funzioni, o peggio.
Ho cercato di capire e ho fatto una ricerca in internet, e particolarmente nel sito del Ministero delle Politiche Agricole e Forestali. Non ho trovato elementi per uno studio del genere, che sarebbe importante in una politica dell’agricoltura, perché fornirebbe elementi per scelte politiche e possibili interventi. V’è un’analisi, fatta nel maggio 2004, degli sbocchi di mercato delle produzioni agricole ed agro-alimentari italiane, e se ne ricava l’impressione che tutta la materia sia immersa in una congerie di norme e regolamenti, soprattutto di origine della Comunità Europea, senza che si vada al cuore del problema. Certo si tratta di questione articolata e con molte sfaccettature. Ma compito dei responsabili di qualsivoglia struttura (ivi compreso il responsabile di un dicastero politico) è di utilizzare l’analisi per capire, e quindi svolgere una sintesi per utilmente operare.
Ricordo i dibattiti riguardo l’aumento dei prezzi succeduto all’introduzione dell’euro, i rimproveri al Governo che avrebbe dovuto controllare l’andamento dei prezzi o procedere a un loro calmieramento e così via. In settori di libero commercio è difficile, e direi impossibile senza ledere fondamentali principi di libertà economica, imporre dei prezzi. E’ invece possibile, e doveroso, farlo dove vi sono concessioni e situazioni di monopolio di fatto, come forse sta avvenendo nel campo dell’energia, pur con lentezze e indecisioni. Ma certo il potere politico può e deve contrastare situazioni di privilegio e tutele corporative, come anche qui, con perplessità e riluttanza, si pensa debba avvenire per gli ordini professionali. Il problema penso che esista nella filiera degli alimentari freschi dalla produzione al consumo, dato lo scarto di prezzi, ma la questione abbisogna di un’indagine e di uno studio.
Un aspetto che emerge in questa come in molte altre questioni socio-economiche, è la passività della popolazione, l’acquiescenza a situazioni che generano disagio e malessere, la pigrizia a cercare e ipotizzare nuovi e diversi modelli di vita e infine la riluttanza a cambiare quelli da tempo praticati. Siamo portati a subire.
In questa ricerca mi sono imbattuto nei G.A.S, Gruppi di Acquisto Solidale. Come è dichiarato sul loro sito, essi nascono da una riflessione sulla necessità di un cambiamento profondo del nostro stile di vita. Come tutte le esperienze di consumo critico, anche questa vuole immettere una «domanda di eticità» nel mercato, per indirizzarlo verso un’economia che metta al centro le persone e le relazioni. E nel contempo si hanno vantaggi economici rimunerando adeguatamente il produttore e riducendo i costi della trafila con risparmio da parte del consumatore.
Una mia amica milanese, associata a un G.A.S., mi diceva che i risultati sono molto positivi. Hanno scelto dei piccoli produttori di generi alimentari biologici, li hanno visitati e li conoscono, ricevono forniture genuine a prezzi contenuti, acquistano maggiore consapevolezza alimentare. In sostanza non subiscono, ma scelgono, e aiutano i produttori che, per serietà e dedizione, meritano di non essere schiacciati nella ruota della distribuzione. Ecco la solidarietà. Ma è anche uno stile di vita. In ogni campo mi accorgo che, alla base di un’evoluzione e di un progresso sostenibile, v’è una scelta di vita dell’individuo.
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