“Ci sentivamo invincibili”
Intervista a Natialia Piatti, protagonista del film Mai più come prima di Giacomo Campiotti in uscita venerdì 11 novembre
Sei ragazzi dopo l’esame di maturità decidono di passare insieme una vacanza in montagna. Sono molto diversi tra loro e diverse sono le ragioni che li spingono a ritrovarsi. Non sono amici, ma di colpo si troveranno al centro di un’esperienza che li farà cambiare radicalmente.
Giacomo Campiotti sceglie così di ricordare un passaggio doloroso, forte della sua adolescenza. E ancora una volta sceglie tra i protagonisti sua nipote Natialia Piatti. Dopo una divertente comparsa in Come due coccodrilli, sono passati cinque anni da Il tempo dell’amore, dove la ragazzina Naty attraversava una fredda Torino per andare ad assistere il suo giovane fidanzato in coma dopo un incidente.
Oggi è una Natalia diversa. In comune resta la passione per la storia. Allora in prima superiori era solo la materia preferita, adesso è la sua università. Come allora c’è una dichiarazione precisa sul mondo del cinema: “non farò l’attrice”. Intanto si ritrova a correre da una parte all’altra dell’Italia per presentazioni, conferenze stampa, feste ed interviste ma, come allora, mantiene intatta una freschezza e una semplicità assoluta.
«È stata un’esperienza fantastica. Un periodo intenso vissuto tra un’incantevole Roma e la montagna. Tra noi ragazzi si è creata un’atmosfera davvero bella e Giacomo ha voluto scegliere anche una troupe molto giovane proprio per vivere un clima giusto. Poi magari ci sgridava perché c’era sempre confusione, ma vivere insieme tanto tempo ci ha permesso di far crescere delle amicizie».
Giacomo, per questo nuovo film, sceglie un episodio autobiografico legato alla sua adolescenza. Come avete fatto a renderlo attuale?
«I sentimenti di allora non sono diversi da oggi. Cambia il contesto, ma le domande importanti restano le stesse. Ci si innamora oggi come ieri. Abbiamo discusso molto tra di noi e ci si è fermati spesso a parlare con Giacomo, che è anche lo sceneggiatore del film. Abbiamo cercato di rendere il linguaggio più fedele alla nostra realtà. Credo che il risultato sia molto bello».
Possiamo parlare di un film sulla crescita…
«Il film parte con un clima e poi via via cambia davvero. Ci sentivamo invincibili poi la morte di uno di noi segna un passaggio drammatico che ci costringe a interrogarci su chi siamo, sulla necessità di prendere decisioni. Alla fine non siamo adulti, restiamo dei ragazzi, ma arriviamo a fare delle scelte precise».

Ancora un racconto sul dolore. Ma perché il cinema italiano degli ultimi anni deve sempre scavare nella sofferenza per raccontare storie?
«Credo ci sia una ragione naturale. Cos’è che ci fa interrogare di più sulla nostra esistenza? Certamente le cose brutte. Quando tutto va bene siamo contenti e viviamo con intensità. Se arriva il principe azzurro mica stiamo a farci tante domande. Se, invece sei di fronte al dramma della morte è normale dover riflettere e cercare delle risposte. Quest’estate sono stata con gli scout in Burkina Faso. Un’esperienza che mi ha colpito molto. Credi che se fossi andata al mare in Grecia sarebbe stata la stessa cosa? Certamente no, perché mi sarei interrogata meno su come vivo e sulle fortune che ho avuto. Leggere il sorriso negli occhi dei bambini che vivono una povertà assoluta mi ha fatto rivalutare molto la mia condizione».
Il film racconta uno spaccato della realtà dei giovani. Come ne escono?
«Direi bene. C’è un messaggio positivo. Restiamo quelli che siamo nel bene e nel male, con le nostre debolezze, le nostre fragilità. Comunque alla fine c’è un vero passaggio che ci costringe a rivedere la scala dei valori. C’è una maturazione».
Si parla spesso del vuoto che vivono i giovani. La scelta di Giacomo va molto contro corrente…
«Mah, io credo che si dicano sempre le stesse cose parlando dei giovani. Noi oggi abbiamo tante possibilità. Sono grandiose rispetto a 30 anni fa e paradossalmente sono troppe e quindi dobbiamo scegliere. Certo allo stesso tempo ce ne sono di pessime e questo rende tutto più difficile per capire ciò che è buono e cosa no. So bene che poi ci sono ragazzi che non fanno niente, ma questo è un altro discorso. Oggi anche se non sei ricco puoi girare il mondo e fare tantissime esperienze. Per alcuni versi poi è tutto più difficile perché c’è tanta competizione e questo non aiuta a stare insieme.
Come si esce da un film così?
«Sono molto felice che Giacomo abbia scelto me. Ora si raccolgono i frutti di tanto lavoro. Noi sei siamo stati alcuni mesi insieme anche con ritmi duri. Abbiamo passato diversi giorni sempre in rifugi, girato tutte le notti per un periodo. Insomma a stretto contatto e questo ha creato tensioni, ma anche grandi amicizie. Io non voglio fare l’attrice e a parte una, nessuno di noi lo fa in maniera fissa. Un’esperienza che mi ha cambiata e che è stata straordinaria».
Cinque anni fa mi raccontavi che da piccola volevi fare la principessa. Ora ribadisci che il cinema non è la tua vita, ma che vuoi fare da grande?
«Non lo so ancora. Mi piacerebbe scrivere, o lavorare in una agenzia editoriale. Di ritorno dal Burkina Faso ho pensato anche all’importanza di un impegno più preciso verso questi paesi. Intanto, comunque, sto studiando per laurearmi in storia poi vedrò».
Natalia è proprio di passaggio a Varese. La sua casa e la sua vita oggi è a Milano dove frequenta l’Università statale e condivide un piccolo appartamento con due ragazze lituane. I principi azzurri e le principesse restano nei ricordi di Natalia. Il cinema le è diventato più familiare, grazie anche alle scelte di suo zio Giacomo, ma lei preferisce pensare alla sua passione per la cultura e continua a scoprire aspetti della quotidianità. “Sto imparando a cucinare perché dopo due mesi di pasta al tonno non se ne poteva più”.
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