I nuovi analfabeti ignorano i bit
Riforme mancate e mancato accesso alle nuove tecnologie segnano l'analfabetismo in Italia
«Sui livelli di analfabetismo Jacques Delors anni fa aveva scritto un libro bianco e le cose, da allora, non sono migliorate». A parlare è Enzo Laforgia , insegnante e promotore di progetti di multimedialità e ricerca nella scuola superiore e all’università. «Delors – continua Laforgia – aveva parlato di due livelli distinti, ovvero: non è più sufficiente saper parlare e scrivere, cioè conoscere gli elementi di base, ma occorre conoscere le nuove tecnologie della comunicazione, perché esserne tagliati fuori oggi è come essere analfabeti. Il problema è che questo scarto culturale noi non l’abbiamo ancora fatto».
L’involuzione in atto e i dati allarmanti sull’analfabetismo (6 milioni solo in Italia) resi noti dall’università di Castel Sant’Angelo dell’Unia, non sorprendono Cesare Revelli, professore di filosofia e per molti anni dirigente scolastico. «Quando De Mauro parla dell’analfabetismo di ritorno ci dà un dato realistico. La gente sa leggere e scrivere, ma non capisce. I dati italiani ci dicono che il 30 per cento dei giovani si ferma alla maturità, primo perchè la scuola boccia e secondo perché la percezione e convinzione generale è che con una laurea si finisce nel parcheggio dei disoccupati. Noi, secondo i dati dell’Ocse, siamo il quarto paese per numero di diplomati e all’ultimo posto con il 10 per cento di laureati, contro il 39 per cento della Corea del Sud. E la riforma Moratti non migliorerà questa situazione»
«Non dobbiamo dare per scontato che tutti gli alunni abbiano le conoscenze di base – aggiunge Laforgia -. Non tutti possiedono le abilità sufficienti per chiamarsi fuori dall’analfabetismo, e moltissimi ignorano le nuove abilità legate ad esempio all’informatica. In un recente convegno dell’Unesco è emerso che l’Occidente non è immune da questo fenomeno, anzi il mancato accesso ai nuovi strumenti di alfabetizzazione è prevalente nei paesi industrializzati, dove tutti danno per scontato che questo avvenga. Ci dobbiamo mettere in mente che i nuovi percorsi di alfabetizzazione non possono e non devono riguardare solo la scuola, ma anche il mondo del lavoro e della formazione professionale».
Alfabetizzazione e nuove tecnologie un binomio che chiama in causa anche gli anziani, a maggior ragione in un Paese a crescita demografica zero. «Il sistema produttivo italiano chiede mandopera a basso livello di istruzione – conclude Revelli -. Su 100 nuove assunzioni, 35 sono diplomati, gli altri, a parte una insignificante fetta di laureati, hanno tutti la licenza media inferiore. Inoltre bisogna riprogrammare anche gli anziani, loro sono i primi analfabeti esclusi dall’utilizzo delle nuove tecnologie. Incentivando la formazione permanente degli adulti, si alza il livello medio di cultura in Italia e in questo modo i giovani sono più incentivati a studiare».
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