La liberazione dei “guerrieri della luce”
L'ultimo film del regista varesino Campiotti ha un buon successo, ma nessun cinema della provincia lo ha in programmazione
La sala nove del cinema Medusa di Cerro domenica sera all’ultimo spettacolo era affollata. Tanti giovani e qualche quarantenne. Mezz’ora di pubblicità, poi i trailer e finalmente il film.
Siamo dovuti venire fin qui per vedere Mai più come prima, l’ultimo lavoro di Giacomo Campiotti. Con l’acume di sempre nessun cinema della provincia di Varese ha messo nella sua programmazione il film del regista di casa. Diremo di più, malgrado i nostri sforzi, a causa di un meccanismo contorto, non siamo neppure riusciti a regalare a Varese e a Giacomo il piacere della "prima" nella sua città. E dire che, oltre al regista anche il cast presenta altri varesini tra i protagonisti (Natalia Piatti e Francesco Salvi). Oltre tutto la storia si ispira a fatti di cui sempre varesini sono stati i drammatici partecipi.
Peccato perché valeva la pena.
Il film è interessante e bello. Una di quelle pellicole che possono far discutere perché presentano aspetti della vita in cui tutti siamo passati. È un film sulla crescita. Protagonisti sei ragazzi che dopo la maturità si ritrovano, quasi per caso, a passare una vacanza insieme in montagna. E lì a giorni di spensieratezza e momenti di tensione si sussegue la tragedia. Uno di loro muore. Il film, che fino ad allora correva su binari già visti, fatti delle difficoltà di comunicazione presente anche tra sei giovani compagni di scuola, ma anche di grande sentimenti e conflitti, prende un’altra piega.
È singolare osservare come reagisce anche la platea. Nella prima parte si ride, si commenta, si partecipa al film. Poi cala un silenzio totale che accompagna almeno per un quarto d’ora. Quasi che il pubblico volesse partecipare alla tragedia che sta per compiersi. Quasi che si sentisse il vento gelido che taglia la faccia di alcuni dei protagonisti.
I giovani si ritrovano così a riflettere sulle loro condizioni e niente sarà mai più come prima. Una perdita secca, ma che lascia dei segni indelebili. La preghiera a chi tutto ha creato perché non sia vero. "Che bisogno hai di prenderti lui?" è la domanda che Martina lancia piegata dal dolore in lacrime verso il cielo. Questa, insieme con alcune scene dell’inizio è la fase più riuscita del film. L’arrivo dei genitori e quanto accade dopo svela molte debolezze degli adulti e le difficoltà che hanno a capire, a condividere, ad accettare questi ragazzi che ormai possono solo scegliere: vivere e diventare protagonisti di se stessi oppure restare nella scia che gli adulti hanno tracciato per loro.
Giacomo Campiotti ha accettato la sfida di lavorare sui suoi ricordi di adolescente, costretto, a 17 anni, a fare i conti con la morte di un amico. Una sfida difficile perché il tema è appassionante ma pericoloso. Il suo film dimostra tutta la sensibilità del regista varesino capace di ascoltare e di leggere le storie. Ne esce un affresco a tratti troppo forte, ma credibile. Un film che non ha la pretesa di raccontare ogni aspetto del travaglio di un’età davvero particolare, ma che sa indagare e indugiare con serenità su un rito di passaggio dalla spesso inconsapevole adolescenza a una maturità segnata dal dolore, ma anche dalle passioni. Un trionfo dei sentimenti, ma non del sentimentalismo. Buona la recitazione di protagonisti che non sono attori. Spettacolari le riprese in montagna ad alta quota.
Peccato per chi gestisce gli spazi cinematrografici varesini. Non hanno colto un’occasione. Preferiamo pensare sia solo per distrazione. Ma al di là di Campiotti e degli attori varesini, il film meriterebbe una diversa attenzione.
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