Aumentata la disoccupazione in Ticino nel 2005
A fronte di un aumento della disoccupazione tra i ticinesi in Svizzera il tasso è calato dello 0,1%
La disoccupazione cala in Svizzera dello 0,1% e aumenta in Ticino. I dati dell’ufficio federale di statistica svizzero ha presentato nei giorni scorsi i dati annuali della situazione occupazionale nella confederazione e a fronte di una diminuzione globale dei soggetti in età lavorativa senza occupazione il canton Ticino ha mostrato dati in controtendenza con un aumento della disoccupazione media nell’anno appena chiuso dello 0,4% passando dal 4,5 al 4,9%. Secondo molti la causa di questo aumento è direttamente collegabile ai primi effetti dell’apertura del mercato del lavoro in seguito all’entrata in vigore dei patti bilaterali bis.
Non la vede così il sindacato svizzero Unia che, seppur inizialmente contro l’apertura del mercato del lavoro svizzero, sostiene che non sia l’unico fattore di questo aumento. «Quello che è veramente mutato è il mercato del lavoro, un mercato che fa della precarizzazione un’arma letale e utilizza sempre più lavoratori e lavoratrici usa e getta. Quindi, ecco spiegata la leggera flessione dei lavoratori frontalieri passati (statistiche STATEM) da 35’591 unità nel 2° trimestre 2005 a 35’100 unità nel terzo trimestre». Colpa della precarizzazione, dunque, e non dell’apertura del mercato del lavoro che ha comunque provocato un aumento dei lavoratori italiani in Ticino tramite forme contrattuali flessibili e a termine le quali non vengono registrate dall’ufficio statistiche se restano sotto i tre mesi di durata. Il fenomeno del frontalierato, infatti, appare sempre più come l’unica risorsa per molti varesini che ogni giorno varcano il confine per recarsi nelle aziende svizzere dove, in molti casi, sono maggioranza. I lavoratori italiani sono preferiti a quelli ticinesi per due motivi: il primo è il dumping salariale accettato di buon grado dagli italiani che si accontentano di uno stipendio leggermente minore rispetto ai pari mansione svizzeri e la maggiore propensione degli italiani ad accettare forme contrattuali diverse da quelle classiche e garantite.
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