“Amis, ve raccomandi la mia baracca…”
Venerdì 5 maggio nell'ambito di "Incontri con la Storia", una serata sulla figura di Don Carlo Gnocchi a cinquant'anni dalla morte
"Amis, ve raccomandi la mia baracca". Con queste parole rivolte agli amici più cari, Don Carlo Gnocchi cinquant’anni fa prendeva congedo dalla vita. Venerdì 5 maggio, in un incontro intitolato proprio con queste parole, la straordinaria figura di uomo e di sacerdote verrà ricordata nell’ambito di "Incontri con la Storia", per iniziativa dell’ Assessorato alla cultura del Comune di Saronno e dell’Associazione Nazionale Alpini.
L’appuntamento è alle 21,00 nell’aula magna della scuola Aldo Moro in via Santuario 13 a Saronno.
La serata, a cura del relatore Avvocato Marcello Richiardi, docente di Storia militare all’università Unitre di Saronno, si propone di rievocare della figura del religioso, uno tra i personaggi più importanti del Novecento italiano.
Spiegano gli organizzatori dell’incontro: "La vita di don Gnocchi può essere definita una santità quotidiana, fatta di tante piccole azioni volte ad amare e servire senza condizioni i sofferenti, i deboli e i bisognosi.spiegano gli organizzatori dell’incontro. Proclamato Venerabile da Papa Giovanni Paolo II nel 2002, può essere a pieno titolo annoverato tra i grandi santi sociali del secolo scorso, un abile imprenditore della carità che ha saputo scrivere una delle pagine più importanti della storia della medicina e della sanità del nostro Paese".
Quest’anno ricorre il 50° anniversario della sua morte, ma la sua opera, tramite la sua Fondazione, è ancora viva in Italia e nel mondo.
Saranno presenti alla serata importanti testimonial che hanno conosciuto direttamente e in modo significativo, Don Carlo Gnocchi in varie fasi della sua vita.
Don Carlo Gnocchi, nasce a San Colombano al Lambro (Milano), il 25 ottobre 1902. Viene ordinato sacerdote il 6 giugno 1925 e fin dal suo primo impegno pastorale è evidente la straordinaria attenzione all’aspetto educativo del rapporto con i giovani che sarà una delle travi portanti di tutta la sua vita. Altrettanto evidente è la grande attenzione ai bisognosi e a quelli che patiscono nel corpo e nello spirito.
Il primo impegno apostolico del giovane don Carlo è quello di assistente d’oratorio: prima a Cernusco sul Naviglio, poi, dopo solo un anno, nella popolosa parrocchia di San Pietro in Sala, a Milano. Raccoglie stima, consensi e affetto tra la gente tanto che la fama delle sue doti di ottimo educatore giunge fino in Arcivescovado: nel 1936 il cardinale Ildefonso Schuster lo nomina direttore spirituale di una delle scuole più prestigiose di Milano: l’Istituto Gonzaga dei Fratelli delle Scuole Cristiane. Don Carlo attira la simpatia dei ragazzi e delle loro famiglie con il suo sorriso naturale e spontaneo: gentile, aperto, disposto a capire tutto, paterno senza essere paternalista, ma fermo, esigente, anche insistente, sicuro nei princìpi cristiani e sicuro che non serva imporli quanto proporli. In questo periodo studia intensamente e scrive brevi saggi di pedagogia.
Nel 1940 l’Italia entra in guerra e molti giovani studenti vengono chiamati al fronte. Don Carlo, coerente alla tensione educativa che lo vuole sempre presente con i suoi giovani anche nel pericolo, si arruola come cappellano volontario nel battaglione "Val Tagliamento" degli alpini, destinazione il fronte greco albanese. Affronta – malgrado la salute cagionevole – marce e fatiche confessando, predicando coraggiosamente e con zelo: diviene il miglior amico dei soldati, il padre a cui appoggiarsi e riferire le proprie paure. Corre ovunque c’è bisogno del suo intervento: prete in guerra, non prete di guerra.
Terminata la campagna nei Balcani, dopo un breve intervallo a Milano, nel ‘42 don Carlo riparte per il fronte, questa volta in Russia, con gli alpini della Tridentina. Nel gennaio del ‘43 inizia la drammatica ritirata del contingente italiano: don Carlo, caduto stremato ai margini della pista dove passava la fiumana dei soldati, viene miracolosamente raccolto su una slitta e salvato. È proprio in questa tragica esperienza che, assistendo gli alpini feriti e morenti e raccogliendone le ultime volontà, matura in lui l’idea di realizzare una grande opera di carità che troverà compimento, dopo la guerra, nella Fondazione Pro Juventute.
Ritornato in Italia nel 1943, don Gnocchi inizia il pietoso pellegrinaggio, attraverso le vallate alpine, alla ricerca dei familiari dei caduti per dare loro un conforto morale e materiale. In questo stesso periodo aiuta molti partigiani e politici a fuggire in Svizzera, rischiando in prima persona la vita: lui stesso viene arrestato dalle SS e imprigionato con la grave accusa di spionaggio e di attività contro il regime.
A partire dal 1945 comincia a prendere forma concreta quel progetto di aiuto ai sofferenti appena abbozzato negli anni della guerra: don Carlo viene nominato direttore dell’Istituto Grandi Invalidi di Arosio e accoglie i primi orfani di guerra e i bambini mutilati. Inizia così l’opera che lo porterà a guadagnare sul campo il titolo più meritorio di "padre dei mutilatini". Nel 1949 l’Opera di don Gnocchi ottiene un primo riconoscimento ufficiale: la "Federazione Pro Infanzia Mutilata", da lui fondata l’anno prima per meglio coordinare gli interventi assistenziali nei confronti delle piccole vittime della guerra, viene riconosciuta ufficialmente con Decreto del Presidente della Repubblica. Nello stesso anno, il Capo del Governo, Alcide De Gasperi, promuove don Carlo consulente della Presidenza del Consiglio per il problema dei mutilatini di guerra. Da questo momento uno dopo l’altro, aprono nuovi collegi.
Nel 1951 la Federazione Pro Infanzia Mutilata si trasforma nella Fondazione Pro Juventute, riconosciuta con Decreto del Presidente della Repubblica l’11 febbraio 1952.
Nel 1955 don Carlo lancia la sua ultima grande sfida: si tratta di costruire un moderno Centro che costituisca la sintesi della sua metodologia riabilitativa. Nel settembre dello stesso anno, alla presenza del Capo dello Stato, Giovanni Gronchi, viene posata la prima pietra della nuova struttura, nei pressi dello stadio di San Siro, a Milano. Don Carlo, minato da una malattia incurabile, non riuscirà a vedere completata l’opera nella quale aveva investito le maggiori energie: muore il 28 febbraio 1956.
Trent’anni dopo la morte di don Gnocchi, il cardinale Carlo Maria Martini avvia il Processo di Beatificazione. Nel dicembre del 2002, il Papa, riconoscendone l’eroicità delle virtù, ha proclamato don Carlo Venerabile.
Lo scorso 22 ottobre, nella chiesa del Centro “S. Maria Nascente” della Fondazione Don Gnocchi (presso la quale è sepolto don Carlo, per suo espresso desiderio), il cardinale Dionigi Tettamanzi, Arcivescovo di Milano, ha firmato i Decreti di istituzione del Tribunale diocesano e ha guidato la prima sessione pubblica del processo su un presunto miracolo in vista della beatificazione di don Gnocchi.
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