Maltese, la prima volta da varesino

Una folla a Librando ha accolto l'editorialista politico di Repubblica. Che con il territorio ha un rapporto personale molto stretto

«Innanzitutto, sono contento di essere stato chiamato qui, perché in provincia di Varese non sono stato invitato mai, anche se io vengo in queste zone con la mia famiglia tutti i mesi». Con questa frase iniziale, che la dice lunga sulla scarsa  vocazione di questa provincia a "coccolarsi" le personalità della cultura che sono nate o risiedono qui è cominciato l’ultimo affollato incontro di Librando 2006.

A parlare è il milanese Curzio Maltese, sposato ad una varesina -angerese (Paola Ponti, figlia del sindaco di Angera) e romano solo di recente adozione: una delle più famose firme di Repubblica, con uno stuolo di lettori appassionati che anche a Samarate si è materializzato in massa (erano quasi in 150 ad ascoltarlo) ma che da scrittore non ha mai avuto rapporti con questo territorio. "Mi hanno chiamato persino ad Orgosolo", spiega. Ma in provincia di Varese, mai.

Eppure, c’era chi lo aspettava da tempo, e il pubblico di Samarate ha riscattato tutto il tempo perduto dal territorio. Attenti e partecipi, gli spettatori della serata sono stati protagonisti e "intervistatori" ne più ne meno di chi la serata l’ha presentata ufficialmente, cioè Marco Giovannelli, il direttore di Varesenews.  Il quale ha esordito notando come il suo ultimo libro "Come ti sei ridotto" (edizioni Feltrinelli) sia scritto in stile semplice e asciutto ma profondamente amaro, "tosto", con conclusioni simili al Caimano di Moretti : «Ho cercato di restringere, di distillare un po’ le cose, contrariamente a ciò che vuole l’anima curiale del giornalismo che prevede il fatto che più si scrive più si è importanti – ha spiegato Maltese – . E il punto da cui parto per distillare queste idee è che bisogna tornare a credere in qualcosa, piuttosto che in qualcuno. C’è invece chi si è creato l’illusione storica che esistesse il Principe di Machiavelli, quello che arriva e risolve i problemi».


Maltese è in qualche modo chiamato a rappresentare una categoria che si è fortemente deteriorata negli ultimi anni, e lui è il primo a notarlo
«Io sono un cronista politico: in parlamento ci vado quanto serve, e non frequento politici. Però penso di avere ugualmente tutte le notizie. E, soprattutto, quando le ho le scrivo, non ne parlo al circolo del tennis. Penso sia necessario ritornare a fare un’onesta informazione politica: tra il 1990 e il 1993 il numero di copie di quotidiani vendute era enorme, molto più di adesso, anche senza inserti: era perché la gente, agli inizi di Tangentopoli, si rendeva conto di potersi aspettare una cronaca libera di quello che stava succedendo, e in effetti era così. Allora. Ma erano piccoli spazi che si sono aperti solo per un certo periodo».

Giovannelli nota come la situazione odierna sia quella di un paese spaccato, tant’è che un paragrafo del libro è stato intitolato "prove tecniche di guerra civile": «Questa è una storia che va avanti dal ‘400 – risponde lo scrittore e giornalista –  è da allora che in Italia oligarchie, principi e principati (gente che già allora aveva il biscione nello stemma…) cercano la guerra civile per poter perpetuare i comodi propri: alimentare la minaccia del vicino serve a loro per alimentare il potere».

La questione sul tavolo ora è però tutt’altra: «Dal punto di vista della produzione, l’Italia è cambiata molto dagli anni ‘70 a oggi. Allora c’erano le grandi aziende, i distretti, l’imprenditoria di stato che era molto più seria di come l’hanno ridotta i tangentari. La provincia di Varese era culla di grandi industrie tecnologiche come quelle aeronautiche, e ora il paese pioniere dell’aeronautica è l’unico escluso dal progetto Airbus, per motivi politici. Qui è nata la Ignis e Borghi è stato l’emblema dell’imprenditore del boom economico. E cosa ha permesso a Borghi di passare da 1000 a 2 milioni di pezzi? Il fare non solo prodotti innovativi, ma anche belli: la Fiat di Romiti ha invece cacciato i suoi ingegneri e designer, che ora stanno all’Audi e alla Bmw e hanno fatto la loro fortuna. Insomma, abbiamo perso tutto delle nostre migliori caratteristiche produttive, e di questo dovremmo parlare: L’Italia ha perso più quote di mercato in 5 anni di quanto sia avvenuto in tutto il dopoguerra». 

La fiducia nel futuro, però, è ancora una questione sospesa:  «Io spero che il governo appena insediato faccia le cose che servono – ha commentato Maltese –  un elemento che può ridare fiato al paese è per esempio  la riduzione delle tasse sugli stipendi dei lavoratori. Sono queste le cose importano davvero, che cambiano le situazioni. Spero in Bersani, in Padoa Schioppa». Poi si ferma,  cerca nella mente qualche altro nome e si domanda ad alta voce «Chi è che c’è di cui ci si possa fidare ancora, in questo governo?».

Al giornalista politico che queste zone le bazzica, infine, non si potreva non domandare della Lega: «L’ho sempre considerata un fenomeno serio, ma non un agente di modernizzazione – risponde – Tanto per intenderci, la Lega dell’ultra giustizialismo è finita nel  processo Enimont, quello della “madre di tutte le tangenti” che io seguii all’epoca. E cominciai a vacillare sulla loro "purezza" quando, per giustificare la sparizione dal bilancio dei 200 milioni che Cusani diceva di avere dato al movimento di Bossi, parlarono di una rapina in pizzeria…. La verità è che la Lega è diventato un partito di assessori, bravi a recuperare posti come – all’epoca – quelli del partito socialdemocratico di Longo. Lo ricordo il loro sbarco a Roma: si aspettavano la calata dei barbari e invece sono diventati subito romanissimi… perché dietro di loro non c’era Cattaneo, non c’era un’ideologia forte: c’erano persone che badavano agli affari loro, e che all’andazzo romano si sono abituate subito.  C’è una situazione che ha meravigliosamente espresso Calderoli, davanti a me e Gianantonio Stella: "ragazzi, io su di me non avrei scommesso una lira". Chissà se gli elettori leghisti lo sanno».

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Pubblicato il 29 Maggio 2006
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