Ma per fortuna che c’è Vincenzo
Dove ci si mette nei panni altrui, si fa notare che l’Afghanistan non è la legge Cirielli e si tira un po’ il fiato
MA PER FORTUNA CHE C’E’ VINCENZO
Governo sui carboni ardenti a Palazzo Madama dove la sinistra radicale potrebbe far mancare i suoi voti (decisivi) sul rifinanziamento della missione in Afghanistan. Molto si è scritto e letto in questi giorni sul fatto che deputati e senatori fanno pur sempre parte di una coalizione, che non si può sacrificare sull’altare del narcisismo di pochi la volontà di milioni di elettori e che un voto di fiducia, sul quale un governo si gioca la ghirba, non è il luogo più adatto per permettersi il lusso di un caso di coscienza. Verissimo, ma cosa diceva la sinistra tutta, solo pochi mesi fa, quando l’Udc di Follini, dopo lunghi tira e molla finiva per votare qualunque legge del governo Berlusconi per spirito di coalizione? D’accordo, la missione in Afghanistan non è la legge Gasparri né la Cirielli e le ragioni dei pacifisti, nella circostanza, paiono campate per aria assai. Però se imbarchi Caruso & C poi le conseguenze sono queste.
AL POSTO LORO
Un post it di due settimane fa se la prendeva con la bizzarra frase contenuta nel programma della nuova giunta di Varese che nel tracciare le linee di intervento in campo culturale si definiva appartenente alla cultura “liberale e cattolica, lontana anni luce da quella progressista e del politicamente corretto”. Ora, piace notare che quella sottolineatura è stata raccolta da molti consiglieri che ne hanno discusso poi in consiglio comunale. Purtroppo ci si è subito incartati in giri di parole del tipo: “Solo conoscendo chi siamo possiamo sapere dove andare” oppure “La rinuncia alla propria identità porta alla catastrofe” e via andare. Noi più semplicemente ci eravamo chiesti che diavolo significasse, nel concreto quella affermazione. Proviamo a girarla così: qui a bottega ci identifichiamo senza imbarazzo nella cultura “progressista e del politicamente corretto”. Ma al posto di quegli altri non ci saremmo mai sognati di aggiungere “lontani mille miglia dal pensiero liberale e cattolico”. Adesso è più chiaro?
DIVARESE, SONO!
Benvenuto a Vincenzo Schillaci, imprenditore palermitano che si è messo in testa di riportare in vita il Calzaturificio di Varese, proprio nella città che fece il funerale alle scarpe quindici anni fa. Non è che qui si vuole contrapporre l’ignavia degli imprenditori varesini alla dinamicità di chi viene da fuori, chè sarebbe profondamente ingiusto nei confronti della categoria (anche se un minimo di esame di coscienza talvolta andrebbe fatto). No, la storia di Vincenzo Schillaci, a guardarci bene dentro, è la negazione vivente di uno dei più insensati slogan leghisti che ci sono rimbombati nella testa per anni, quel “padroni a casa nostra!” che vorrebbe rendere tutto uguale, omologato a un immaginario padano, chiudendo fuori dal cortile di casa tutto ciò che è straniero, alieno, foresto, non consanguineo in nome di chissà quale purezza. E invece, lo dicono secoli di storia, questa terra ha dato il meglio di sé quando si è aperta, si è incrociata col mondo e con gli altri. È toccato a un palermitano tentare là dove i varesini ci avevano messo una pietra sopra, magari un domani succederà il contrario. Così è la vita.
ARRIVEDORCI
E con questa fanno tre. Tre stagioni di biglietti multicolor che di settimana in settimana hanno affollato gli angoli liberi delle nostre giornate lavorative e che via via hanno raccolto un numero di amici (e nemici? Ma no, chiamiamoli più benevolmente antipatizzanti) sempre crescente. Grazie dell’attenzione e delle segnalazioni però qui si abbassa la serranda per qualche settimana e si torna a settembre: non vi libererete di noi tanto facilmente…
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