“Si fa presto a dire mosche”
"Un'invasione di mosche non significa necessariamente che vi sia degrado ambientale" spiega Sergio Luoni, biologo di Legambiente. "I fattori coinvolti nel fenomeno sono molteplici"
Le mosche moltiplicatesi negli ultimi gironi tra Busto e la Valle Olona lasciano pensare a molti che la causa di una presenza così molesta, che in determinati periodi si è avuta anche negli anni scorsi, sia in qualche problema di tipo ambientale. A negare che ciò possa essere dato per sicuro è Sergio Luoni, biologo e naturalista di Legambiente Cassano Magnago, cui chiediamo un parere su questo fenomeno. Luoni non lancia allarmi e non indica colpevoli, a differenza del trito ritratto tipico dell’ambientalista diffuso dai media: raccomanda invece prudenza e metodo e mette le mani avanti.
"Si fa presto a dire mosche: c’è specie e specie, ognuna con caratteristiche particolari. In ogni caso la loro presenza non è necessariamente sintomo di un ambiente degradato; dipende. Ad esempio, in campagna o in montagna, particolarmente là dove è praticato l’allevamento e si producono rifiuti organici, è normale che se ne trovino anche in notevole quantità". Il problema, a queste latitudini, è viceversa che esse tendono a farsi numerose anche in città, un ambiente non troppo familiare per loro, anche se ricco di cibo. "Bisogna tenere conto di una serie di fattori" osserva Luoni. "Innanzitutto con l’esplodere di un’ondata di caldo, sia pure breve e non troppo intensa come quella attuale, si ha una parallela esplosione delle popolazioni di questi insetti. Non si può escludere (come è stato detto e scritto da più parti, ndr) che la proliferazione delle mosche sia stata favorita ad esempio da accumuli o cattiva gestione di rifiuti organici in allevamenti o piattaforme ecologiche, comunque aspetterei ad attribuire colpe specifiche a questa o quella causa. È importante che l’Asl e i Comuni lavorino insieme per trovare gli eventuali punti critici, i focolai larvali da cui emergono le mosche adulte".
Ad attirare le mosche sono soprattutto, si sa, escrementi, cadaveri di animali, frutta e verdura marce: il ruolo biologico delle mosche e di altri isnetti è proprio quello di sfruttare ed eliminare questi residui. In simili ideali (per loro!) ambienti di coltura crescono rapidamente le larve che poi spiccheranno il volo come mosche dopo essere passate per lo stadio di pupa. In un contesto fortemente urbanizzato come il nostro, alcuni di questi elementi sono molto frequenti: dalla classica popò di cane sul marciapiede fino al camion che porta i rifiuti umidi, alcuni ambienti sono una manna per gli insetti. E anche in casa, è sufficiente dimenticare fuori dal frigo la ciotola con il cibo dei gatti, con temperature elevate, per rischiare di trovarci entro ventiquattr’ore i vermi, ossia le larve di mosca. La prevenzione nasce dunque da casa come dalla strada e dalla piattaforma ecologica, piuttosto che dal pollaio.
C’è un "però". "Le esplosioni di popolazione delle mosche sono di per sè fenomeni naturali stagionali, tipici di quando fa caldo" spiega Luoni. "È chiaro comunque che se avessimo un ambiente più integro, con una maggiore presenza di elementi naturali di riequilibrio – penso a predatori delle mosche come le rondini, o altri tipi di uccelli meno presenti che in passato – il problema sarebbe già risolto per metà. Certo, ora ricorrere al DDT a tutto spiano sarebbe un rimedio peggiore del male". Anche da qui le raccomandazioni dell’Asl: prima l’igiene preventiva, e solo in seguito l’eventuale disinfestazione. La regola che vale per le zanzare, a maggior ragione è valida per le mosche.
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