“A scuola ero un asino. Oggi sono uno scrittore”
Pietro Grossi con "Pugni" (Sellerio) vincitore del Premio Chiara confessa i suoi trascorsi di studente, poco modello, e di scrittore talentuoso

«A scuola ero un mezzo sciuco (un asino ndr) non ho mai preso più di 5 in un tema di italiano». Pietro Grossi, 28 anni, fiorentino doc, al suo debutto letterario con “Pugni” (Sellerio), ha vinto il Premio Chiara 2006.
Una vittoria schiacciante, come un dritto al volto improvviso o un montante al corpo, colpi capaci di svuotare l’avversario e l’intero incontro.
Sul ring del premio c’erano altri due concorrenti. Bravi, ottimi scrittori entrambi, ma contro Grossi non basta. Questo giovane di Firenze ha dalla sua una parlata ruffiana, una simpatia innata, una bella faccia e soprattutto una scrittura che è figlia della sua caparbietà. «Scrive da quando ha otto anni. Pigliava la vecchia lettera 22 di famiglia e iniziava a pigiare sui tasti come un forsennato» raccontano papà Pier Francesco e mamma Elena. Tra le sue fan più accanite le due sorelle maggiori Antonella e Valentina.
Alla fine Pietro Grossi si è convinto, ha mollato il lavoro di copywriter pubblicitario e ha seguito il suo destino fatto di parole.
Grossi, che cosa vuol dire per lei scrivere?
«Scrivere è come stare con una donna bellissima e intelligentissima, ma bastardissima perché ti alzi la mattina e non la trovi più al tuo fianco. Non ti telefona e non ti avverte quando ritorna».
Pugni e cazzottate, lei usa spesso queste due immagini quando parla della scrittura. Perché?
«Perché la mia scrittura nasce dalla stomaco, perché in quel buio c’è la luce. Bisogna abbandonare tutte le nostre elucubrazioni mentali e far parlare l’istinto, allo stesso modo in cui noi rispondiamo agli stimoli della fame e della sete. Se potessi, quando scrivo mi toglierei la testa».
Istinto, talento, pancia. Ma lei ha frequentato la scuola di scrittura "Holden" di Torino. Come si conciliano le due cose?
«Non penso che con una scuola si possa diventare scrittori. Però a me è servita, dopo due anni sono diventato sia un uomo che uno scrittore migliore. Ho imparato a confrontarmi. La vera illuminazione però l’ho avuta con Hemingway».
Vale a dire?
«Ernest Hemingway diceva di non smettere di scrivere mai prima di sapere come sarebbe andato avanti il racconto. Insomma, smettere per poter ricominciare».
Lei era a New York il giorno dell’attacco alle torri gemelle. Cosa ricorda di quei giorni?
«Ero lì per studiare sceneggiatura all’università. Mi trovavo nel mio appartamentino a Soho (un quartiere di New York ndr), stavo scrivendo un brutto romanzo e ho sentito il botto. Ho pensato: “chissà chi è quel bischero che si è infilato con un chesna (un aereo da turismo ndr) nelle torri”. Ho saputo la verità, quando una mia vicina di casa israeliana ha bussato alla mia porta e bianca in viso continuava a ripetermi: “siamo nella storia, siamo nella storia”. Da quella volta mi chiedo sempre perché la gente quando ti deve dire qualcosa di terribile guarda per qualche istante in basso a sinistra e quando alza la testa ti dice sempre una banalità. Ecco mi piacerebbe sapere cosa pensa la gente in quegli istanti».
A scuola andava male. Solo una professoressa alle medie ha creduto in lei. Vi siete sentiti?
«Certo. Si chiama Donata Ragazzini, appena ho pubblicato glielo ho detto. Non vi dico le lacrime e la gioia».
Quasi cento persone della giuria popolare l’hanno votata. Vuole dirgli qualcosa?
«Loro sanno tutto di me. Mi piacerebbe portarli fuori a mangiare, sapere tutto di loro: cosa fanno, cosa vogliono, insomma conoscere la loro vita».
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