«In Liuc la ricerca risponde alle richieste del territorio»
Nata per volontà dell'Univa, l'università Cattaneo è molto attiva sul piano della ricerca nelle tre aree di specializzazione
Giovane e innovativa. La Liuc, Università Carlo Cattaneo di Castellanza, è nata per volontà dell’Unione degli Industriali della provincia di Varese. Un "marchio" che ne ha plasmato la forma e lo sviluppo, anche nel settore della ricerca.
Con i suoi dieci centri di ricerca, l’ateneo di Castellanza vanta ormai un numero qualificato e qualificante di incarichi da parte di enti pubblici ed aziende private: «Tutti, però, nei settori di nostro interesse – spiega il professor Giacomo Buonanno, preside della facoltà di Ingegneria gestionale – Noi abbiamo puntato su materie molto caratterizzate: economia aziendale, giurisprudenza d’impresa, ingegneria gestionale. Tra pochi giorni, per esempio, verrà allestito il primo laboratorio di applicazione della tecnologia Rfid che mira a sostituire il codice a barre. Il lavoro di ricerca è stato realizzato in collaborazione con le associazioni di categoria, la Camera di Commercio, per offrire alle imprese, anche piccole, questa tecnologia».
Quindi, vi siete specializzati soprattutto nella ricerca applicata, rispondendo alle richieste dei vostri interlocutori privilegiati
«Noi abbiamo una funzione di "mediatori", nel senso che mediamo le richieste e gli interessi di associazioni di categoria ed enti, perchè la ricerca per la piccola azienda è eccessivamente parcellizzata, discontinua e non giova al nostro lavoro. Riguardo al tipo di ricerca che realizziamo, non possiamo distinguere nettamente tra applicazione e teoria: il nostro impegno è sempre al limite, proprio per la natura delle specificità che abbiamo».
Una sorta di scuola professionalizzante nelle materie di vostra competenza…
«No. Il sistema italiano non conosce scuole professionali di tipo universitario. Il nostro ruolo è quello di preparare professionisti ad affrontare l’oggi ma anche il domani. In qualità di professore ho l’obbligo di dare allo studente gli strumenti per fronteggiare qualsiasi novità, innovazione e cambiamento potrà incontrare tra dieci anni. Io devo prediligere un’impostazione più culturale con approcci professionali».
In che modo Liuc assume i ricercatori?
«Come viene indicato dalla legge. Recentemente, però, abbiamo reclutato un docente a tempo determinato con una formula sponsorizzata da un’azienda. È uno dei primi casi in Italia e mi sembra possa dare importanti sviluppi».
Si denuncia spesso la penuria di fondi a disposizione della ricerca. Voi avete una situazione privilegiata, dato il rapporto con le aziende?
«Il dialogo con il tessuto produttivo è costante. Bisogna, però, smentire che i fondi a disposizione della ricerca siano pochi, basta saperli trovare e sfruttare. Forse, da parte delle imprese, c’è una scarsa fiducia nel ruolo del mondo accademico, sull’importanza di questa sinergia. Sarà perchè, per esempio, il dottorato di ricerca viene abitualmente visto come il primo passo della carriera accademica e non un’occasione professionalizzante».
Non sarà anche perchè il mondo accademico è troppo autoreferenziale?
«Il problema dell’autoreferenzialità è generalizzato e si trova in ogni ambiente. Il problema vero del nostro mondo è che manca un meccanismo di reponsabilizzazione vero verso chi prende le decisioni. Se si cominciasse a dare maggior importanza al valore e al merito forse qualcosa cambierebbe. Il sistema italiano, per esempio, non conosce realtà di diversi livelli: tutte le università sono uguali, parcellizzate sul territorio. Se si riuscisse a differenziare i livelli, aumentando l’autonomia dei singoli atenei, forse ci sarebbe una diversificazione maggiore a livello di efficienza e capacità, che potrebbe convincere chi dubita di questo mondo».
Ma come motivare gli studenti ad investire il proprio futuro nella ricerca?
«Semplice, li motiviamo ad andare all’estero…. Noi li prepariamo perchè in centri stranieri possano dare risultati brillanti. Il nostro obiettivo ipotetico, però, dovrebbe essere quello di invogliare scienziati stranieri a venire in Italia. Ad oggi, però, non abbiamo molto da offrire: manca una politica di largo respiro, un investimento che dia frutti tra dieci o vent’anni. Ma nessuno sembra avere tanto tempo….»
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