San Pietro, capolavoro del romanico
La chiesetta risale, nel nucleo originale, al 700. Monumento nazionale dal 1912, è tornata allo splendore con i restauri degli anni '60
La chiesa di San Pietro a Gemonio è uno dei punti che rimangono più impressi nella memoria dei viaggiatori che percorrono la Varese-Laveno o che da Besozzo si muovono in direzione della Valcuvia. Il campanile, elegante e altissimo, il viale d’accesso con i tigli, gli absidi di pietra non possono passare inosservati.
L’origine della chiesetta viene fatta risalire al settimo secolo, quando già esisteva una piccola cappella di proprietà del monastero di San Pietro in Ciel d’oro di Pavia. Nella seconda metà del 900 venne costruito il campanile con monofore "a fungo" (di dimensioni crescenti dal basso verso l’alto); dello stesso periodo è la navata centrale. Poco dopo l’anno 1000 venne costruito l’altare con decorazioni che richiamano le insegne del dio pagano Mitra e il sole delle alpi. L’altare, sotto il quale secondo la tradizione partiva un cunicolo che collegava il tempio con la torre fortificata ora nel comune di Cocquio Trevisago, venne coperto nel ‘600 da una opera lignea di Bernardino Castelli che ora è custodita nella chiesa parrocchiale di San Rocco.
Dopo il Mille la chiesa passò sotto la giurisdizione della Pieve di Cuvio; in questo periodo venne dipinto l’affresco della "Madonna con bambino" descritto da don Giovanni Valassina ne "Il mio S. Pietro giovane". I secoli successivi videro nuovi ampliamenti, con gli absidi e le navate laterali.
Nel 1631, quando anche il Varesotto fu colpito dalla peste, la chiesa venne trasformata in lazzaretto (nel frattempo era stata costruita San Rocco, nel cuore di Gemonio) e gli affreschi sparirono sotto la calce con cui si intonacarono i muri. Nel 1636 San Pietro e il circondario subirono i saccheggi da parte dell’esercito francese che aveva sconfitto gli spagnoli a Tornavento.
La chiesa cadde nell’abbandono poco dopo, per circa due secoli: venne usata come luogo di sepoltura, ossario e parco delle Rimembranze. La rinascita arrivò con il leggendario parroco don Cesare Moja che promosse i primi lavori di ristrutturazione a inizio Novecento. Nel 1912, su relazione degli architetti Beltrami, Moretti e Nava, San Pietro venne proclamata "monumento nazionale" e intorno al ’30 vennero fatti altri restauri. Nel ’62 una serie di interventi riportò alla luce l’altare e la pavimentazione originari, permise di scoprire alcune tombe sotto il lastricato e di svelare gli affreschi cancellati durante la peste.
Nel 1985 le cappelle della via Crucis furono sistemate e abbellite con le formelle di Albino Reggiori.
Infine, negli ultimi anni, un profondo intervento ha permesso il restauro del tetto e della storica struttura a "capriate inchiavardate" che sostiene le tegole.
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