Enrico Galvaligi, eroe tra Roma e la Valcuvia
Il paese ricorda con commozione il generale dell’Arma, ucciso dalle Brigate Rosse negli anni di piombo
«Lo conoscevo come lo conoscevano tutti i brinziesi: una persona distintissima ma semplice. Gran parte del paese non sapeva neppure che fosse generale dell’Arma, e addirittura il braccio destro di Carlo Alberto Dalla Chiesa». Con queste parole Roberto Piccinelli, assessore del comune di Brinzio, ha ricordato Enrico Riziero Galvaligi, il generale dei Carabinieri ucciso durante gli anni di piombo, presentando stamattina la commemorazione dei venticinque anni dalla morte. (in foto, corteo per le vie di Brinzio)
L’omicidio avvenne a Roma il 31 dicembre 1980 e fu rivendicato dalle Brigate Rosse: molto probabilmente una vendetta nei confronti del lavoro di Galvaligi, che, nominato da Dalla Chiesa responsabile del Coordinamento dei Servizi di sicurezza per gli istituti di prevenzione e pena, proprio nel mese di dicembre aveva dovuto stroncare una sommossa scoppiata nel carcere di massima sicurezza di Trani. Sommossa portata avanti da alcuni esponenti della lotta armata, repressa dai GIS, che sarebbe sfociata nel sangue.
Nato a Solbiate Arno, Galvaligi ebbe un rapporto speciale con il piccolo paese della Valcuvia: sua madre era di Brinzio e qui egli avrebbe conosciuto la moglie Federica, sfollata dall’Emilia insieme alla famiglia. Tutti i brinziesi che lo conobbero, ormai sempre più rari, ne conservarono un buon ricordo; don Serafino Faletti, di Brinzio, disse di lui: «Per noi era una figura gigantesca, un esempio di vita. Gli volevamo bene, e non tanto perché fosse un personaggio importante, ma in ricordo di tutta la sua vita, a partire da quando, giovanissimo partigiano, si adoperava in tutti i modi per proteggere la sua gente dagli orrori della guerra civile». Galvaligi, infatti, dopo l’8 settembre del ’43 aveva rifiutato di aderire alla Repubblica di Salò; fuggito dal carcere di Trieste, era stato partigiano nelle Prealpi Varesine, e per il valore dimostrato avrebbe ricevuto, dopo la guerra, molte decorazioni.
Ricordare Enrico Galvaligi significa, oggi, tenere viva la memoria di un capitolo difficile della storia italiana. Continua Piccinelli (nella foto, a sinistra accanto al sindaco Vanini): «Ricevetti la notizia della sua morte all’improvviso, uscendo dalla Messa: non riuscivo a crederci. Corsi subito a prendere il treno per vedere che cosa era accaduto, e così vissi il clima di Roma dell’epoca: un’atmosfera pesante, di lotta, che sarebbe sfociata nella contestazione a piazza Venezia. Durante i funerali di Stato un folto gruppo di dimostranti (senza dubbio una manifestazione organizzata) protestò con violenza contro le istituzioni: un simbolo del clima che si respirava durante gli “anni di piombo”, e sarebbe stato un insegnamento molto forte per il mio impegno nell’amministrazione, che all’epoca avevo da poco iniziato». Nelle cronache di quegli anni ebbe grande risonanza l’esempio della moglie di Galvaligi, Federica: la donna arrivò al punto di perdonare gli assassini del marito in una lettera pubblicata da un giornale locale, che sarebbe stata ripresa in prima pagina dalle maggiori testate nazionali.
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