Il finale della “Spartizione” l’ho suggerito io
Dante Isella ricevette il manoscritto da Piero Chiara e gli indicò le modifiche. Il critico è intervenuto all'inaugurazione della mostra bibliografica a Palazzo Verbania
C’è un momento della vita in cui bisogna essere generosi. Dante Isella, alla presentazione della mostra bibliografica dedicata a Piero Chiara, lo è stato. Il celebre critico letterario e lo scrittore di Luino sono stati, fino ad un certo periodo, in ottimi rapporti. Chiara gli mandava i manoscritti e Isella glieli restituiva con alcuni suggerimenti e cambiamenti da fare: «quando mi fece leggere “La spartizione” – racconta il critico – gli telefonai per dirgli che quello splendido libro mi aveva obbligato a fare le ore piccole. Aveva, però, un finale squallido. A quella narrazione così avvincente mancava lo scatto finale. Io gliene proposi un altro. Dopo averci pensato, mi disse: “Ho fatto come hai voluto tu”».
Piero Chiara si affidava molto agli amici, alle loro impressioni. La sua d’altronde era un’esistenza ricca di relazioni, a tutti livelli, come ben documenta la bella mostra bibliografica in esposizione a Palazzo Verbania (Luino) fino al 31 dicembre.
Piero Chiara aveva introdotto la provincia nella letteratura italiana, fino ad allora considerata un elemento marginale. Lo scrittore aveva fatto una scelta importante: non fuggire da quella terra di frontiera, ma rimanere per rappresentarla in un modo originale. Un’intuizione che in qualche modo ha a che fare con la genialità del meticciato. Alla stazione ferroviaria internazionale di Luino (almeno nelle intenzioni doveva essere internazionale) arrivavano i funzionari meridionali, rappresentanti di uno Stato così diverso e lontano da quel saper fare della gente del nord. Piero Chiara, figlio di Eugenio Chiara, un siciliano della provincia di Caltanisetta, e Virginia Maffei, una donna della sponda piemontese del Lago Maggiore, era il risultato di questo melting pot tutto italiano che produceva anche una nuova espressività. Certamente «più vera e più viva» di quella che lo aveva preceduto.
Il suo modo di scrivere incontrò il favore del pubblico, ma anche le esigenze dei nuovi tempi. Piero Chiara, prima di molti altri, si era accorto del profondo cambiamento che attraversava il mondo editoriale. Il modello dello scrittore che pubblicava un libro a distanza di dieci anni dal precedente e conviveva con i propri fantasmi letterari, era ormai tramontato. «Chiara – continua Isella – ha incominciato a pubblicare con una cadenza triennale, incarnando così il nuovo modello di industria culturale. Lo scrittore deve ricordarsi al proprio lettore, essere permanentemente presente. Lui è stato abile e conforme a questa formula».
La sua scrittura era figlia della realtà che viveva, tanto da non potersene mai discostare: «Piero Chiara non sapeva inventare. Nei meravigliosi racconti dell’"Uovo al cianuro” il peggiore è quello tutto inventato. Lui doveva sempre partire dal dato reale».
La rappresentazione della provincia di Piero Chiara è più malinconica che ironica. «Ci siamo visti al Caffè Zamberletti era il 1985 – conclude Isella -. Lo accompagnai a casa in piazza della Motta. È un ricordo malinconico. Un senso di partita chiusa. Fu il nostro ultimo incontro».
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