Bobby, il sogno spezzato dell’America
Il film di Emilio Estevez, sul giorno della morte di Bobby Kennedy, è un'opera delicata, intensa. Un affresco sulle speranze di un'intera nazione
Venti storie che ruotano intorno a una serata speciale che consacrerà Robert Kennedy, per tutti "Bobby", quale candidato alle presidenziali contro Richard Nixon. Venti vite tutte racchiuse nell’hotel Ambassador, teatro di tutto il film di Emilio Estevez. Il regista ricostruisce l’attesa per un evento storico per gli Stati Uniti, e non solo, raccontando esistenze che al momento sembrano ognuna per proprio conto, ma che invece rappresentano lo spaccato di un Paese dilaniato da una sanguinosa guerra, quella del Vietnam, che fa tornare a casa i "propri ragazzi" morti nei sacchi di plastica. Lo stesso Paese che nel giro di cinque anni ha visto ammazzare, uno dopo l’altro, John Kennedy e i due leader neri Malcom X e Martin Luther King.
La notte del 4 giugno sarà il turno di Bobby, colpito da una scarica di proiettili assassini. Il leader democratico morirà due giorni dopo.
Il film non è la ricostruzione della vita del senatore. Non è la solita biografia più o meno riuscita. È un affresco riuscito di un’America con il fiato sospeso e che vede in Bobby «l’ultima speranza, adesso che non c’è più Martin Luther King».
Venti vite, con i loro problemi, le loro meschinità, le loro speranze, le loro paure, i loro sogni. Tenute in piedi da questa grande attesa.
Bob Kennedy appare ogni tanto con immagini di repertorio, con spezzoni dei suoi discorsi, e il film scorre su una colonna sonora che sta a metà tra il ritmo del trhiller e quello di una storia epica.
Estevez scandisce il ritmo delle storie alternandovi momenti di riflessione politica, ma senza mai cedere alla tentazione di un’opera didascalica. "Bobby" rappresenta una parte dell’America che ha ancora un sogno: vedere un Paese più umano, senza discriminazioni, senza guerre. «La gioventù americana, – affermava Bob Kennedy – conosce già un benessere che oltrepassa di gran lunga i sogni più audaci degli altri paesi. Ciò che le manca è di sapere a cosa serve questo benessere».
Quanta distanza dall’altro film nella sale in questi giorni. Quell’ultimo lavoro di Gabriele Muccino, Alla ricerca della felicità, dove il sogno americano è rappresentato dalla vita del giovane nero alla ricerca del successo, poi trovato grazie all’attività di broker. Un 1968, quello di Bobby, con una generazione che descrive le speranze degli ultimi e che fa sentire quanto fosse forte la tensione civile e dall’altra parte un paese arrivista in cui "ognuno può farcela", ma resta comunque solo.
Bobby è un film da vedere, da sentire, e non stupisce allora la commozione di tanti spettatori per questo sogno spezzato. Un film dove un’intera generazione si può riconoscere e sentire come proprie quelle speranze.
Efficace, infine, la scelta dei titoli di coda con le foto in bianco e nero che rappresentano momenti delicati e intensi della vita di Bobby Kennedy.
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