I ragazzi del sabato sera
Luca – chiamiamolo così – non ha più una mano. Ma non avrebbe, forse, più neppure la vita se nell’incidente stradale di ieri sera, oltre alla carambola della sua auto che gli ha strappato l’arto, ci si fosse messa di mezzo anche l’indifferenza. Quando tutto poteva in pochi minuti finire, per la sua esistenza, ecco infatti arrivare i suoi salvatori. Si fermano a bordo strada su auto un po’ così, con la marmitta che fa rumore. Hanno il volto quasi imberbe, col cappellino da baseball calato sulla fronte e parlano con la difficoltà di chi, oltre alla lingua, in bocca ospita il piercing. Chi sono gli angeli di Luca? Chi oltre a chiamare il 118 è sceso nel buio di un bosco prima ancora che arrivasse l’ambulanza, a bloccargli il sangue che uscendo così veloce, lo avrebbe forse ucciso, per poi sparire nella notte? Quelli che hanno aiutato Luca sono i “ragazzi del sabato sera” sono quei giovani, giovanissimi, spesso additati come gli autori delle “stragi” e che invece, più spesso di quanto si possa credere, si comportano da uomini. Non eroi, beninteso, ma uomini.
Perché un episodio “minimo”, come quello avvenuto ieri sera, deve far riflettere? Perché la meglio gioventù, i ragazzi “per bene”, sono anche quelli che magari non leggono il giornale tutti i giorni, non citano le opere dei Nobel e non piacciono alle mamme delle fidanzatine che vanno a prendere sotto casa, con la musica un po’ alta. Ma che al momento buono sanno qual è il loro dovere; magari la vita l’hanno imparata all’oratorio, nei ricordi di qualche vecchio o ascoltando persone più grandi che riescono a diventare esempio, anche nei discorsi al bar. Non appiattiamoci sulle apparenze, scambiando la difficoltà a comunicare con l’indifferenza. Non pensiamo “che tutti i ventenni sono uguali” e che oramai viviamo in una società spacciata, che si scava la tomba tra spot di nani e ballerine e poi ammazza il vicino di casa perché fa rumore. Esiste anche questo e noi tutti abbiamo il dovere di andare a cercare il lato migliore di questi giovani, di trattare con un po’ meno sufficienza e qualunquismo i problemi di chi si appresta a diventare uomo, o forse lo è già, più di tanti “grandi”.
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