Borat, uno sconvolgente successo anche a Varese
Sala Giove (la più grande) piena al Multisala Impero di Varese per un “documentario kazako” che ha fatto impazzire l'America, ed è destinato a far schiantare dalle risate (ma anche a pensare) anche l'Italia
Lì per lì non ci si aspetterebbe che un finto-vero documentario, con cattiva qualità di registrazione e delle ambientazioni da televisione sovietica potesse essere ospitato nella Sala Giove del multisala Impero a Varese e pure riempirla di ragazzini al limite minimo di visione (i 14 anni) ma anche di adulti di tutti i tipi e le estrazioni.
Ma, potenza del viral marketing – l’ultima frontiera della scienza per venderti il prodotto, che ha creato una straordinaria aspettativa per il film con anticipazioni video e dibattiti su forum in internet (e addirittura una voce su Wikipedia, che fa tanto chic) – i primi giorni di programmazione di questo pazzesco film di Sacha Baron Cohen sono un gran successo anche qui.
E, da questo weekend in poi, c’è da giurarsi che il successo aumenterà per passa parola. Il film infatti è destinato, nel bene o nel male, a lasciare un segno sulla produzione cinematografica. E’ catalogato come mockumentary, cioè come falso documentario, il cui straordinario capostipite dei tempi moderni fu lo Zelig di Woody Allen. Ma Borat questo non è, esattamente.
Non foss’altro per il motivo che gran parte del materiale è vero, cioè girato dal falso giornalista Kazako Borat Sagdiyev, inviato dalla televisione governativa alla scoperta dell’America (o U-esse-a, come la chiama lui per tutto il film) “ai danni” di veri rappresentanti di quell’America che va a scoprire: dalle femministe newyorkesi al venditore di armi, dal rodeo alle comparsate nelle televisioni locali. Come se fosse una gigantesca e spaventosa candid camera, che fa sganasciare e sconvolgere per tutto il tempo gli spettatori. Spaventosa, soprattutto, perchè Cohen con le sue strampalate interviste riesce a far uscire (E il regista Larry Charles a sottolineare) tutto il peggio dei pregiudizi americani, che a volte rischiano di essere anche i nostri.
Un film che costringe giocoforza a pensare e informarsi di più partendo da una trama banalissima: un giornalista kazako parte per l’America inviato dalla sua TV governativa con l’intento di descriverla e, smanettando con il telecomando della tivù finisce per innamorarsi di Pamela Anderson, ritrovandosi ad attrversare gli Stati Uniti con il solo scopo di trovarla e sposarla “alla kazaka”.
Inutile dire di più, impossibile descrivere i passi più sconvolgenti e ridicoli senza rovinare l’effetto sorpresa comica che è il leit motiv di tutto il film e costringe lo spettatore a dirsi ogni volta “no, fino a qui non arriverà…” restandone regolarmente smentito. E’ un film, nel bene e nel male, da vedere. E’ un film, inoltre, che farà arrabbiare un sacco di gente. E’ un film già destinato a diventare culto tra i ragazzini, ma giustamente vietato ai minori di 14 anni (andate a spiegar loro il senso di alcuni ammennicoli che il nostro cronista finisce per riportarsi in kazakistan…).
Ma, soprattutto, è un film scritto e interpretato da un ebreo cresciuto nella tradizione ortodossa: un’informazione che va tenuta bene a mente, prima di scandalizzarsi troppo davanti agli orripilanti pregiudizi esibiti , e per capire il senso e la complessità di un film solo apparentemente volgare fino all’inverosimile, per il quale ci si vergogna letteralmente di ridere come pazzi tutto il tempo.
Borat, se non lo è già, diventerà un’icona: vale la pena non rinunciare a cercare di capirne segni e sensi, e non bollarlo semplicemente con quel “politicamente scorretto” che sta imperando tra le sue definizioni. Una frase che non vuol dire niente, che non è bella e che non si addice ad un film che smaschera impietosamente e ridicolmente chi davvero “politicamente scorretto” lo è, per valori e stile di vita.
Borat è anche:
A Busto Arsizio
A Castelletto Ticino
A Cerro Maggiore
A Gallarate
A Saronno
A Tradate
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