Il coraggio di Salvador

Un film duro sulla storia vera di uno degli ultimi giustiziati con la garrota dal dittatore Franco

Lo hanno giustiziato in uno sgabuzzino. Quasi di nascosto e con la vergogna per quello che stavano facendo. Solo alcuni agenti della polizia politica hanno gioito per la morte di Salvador. Attimi interminabili anche per lo spettatore di fronte a uno strumento di morte come la garrota che solo menti perverse potevano utilizzare. Una tortura che infliggeva ulteriore violenza a quella già barbara della pena di morte.
Salvador 26 anni contro è un film duro. Un film icona contro la pena di morte Una fotografia con colori cupi, come cupo era il periodo descritto sotto una dittatura sanguinaria come quella del generale Franco.
Siamo nel 1974 e il caudillo ha le stagioni contate, ma la repressione colpisce duramente ogni tipo di contestazione. In quel clima che diventa sempre più acceso Salvador decide di battersi e di entrare in clandestinità con un gruppo di giovani. Iniziano una serie di azioni sovversive tra cui diverse rapine per finanziare le lotte operaie. Sono isolati e non hanno particolari legami con l’opposizione politica del paese. Un’anima rivoluzionaria molto infantile, senza precise strategie se non quella di mettersi alla testa di un movimento per ribaltare il regime franchista e al tempo stesso mettere le basi per una società diversa. C’è tutto lo spirito romantico, la sensazione di invincibilità, ma alla fine anche la consapevolezza dei pericoli. Salvador non ha paura e sfida più volte la sorte mettendo a repentaglio la sua vita e quella degli altri. Finchè qualcosa inzia ad andar storto e per lui inizia la fine. Cade in un’imboscata dove muore un poliziotto. Viene condannato a  morte.
Il film corre velocemente ma ha qualche limite. Quello maggiore è aver isolato la storia di Salvador non solo da un punto di vista politico, ma anche geografico. Ne ha fatto un pò un esempio di quello che viveva la Spagna, ma rimane troppo giocato solo su di lui e ne esce una figura dalle tinte davvero forti, quali doveva essere Salvador, ma troppo romantica. In questo è chiara la scelta di dedicare grande spazio al suo rapporto con le sorelle.  Inoltre il suo gruppo vive a Barcellona, lontano da quella Madrid dove il clima era ben diverso. L’ostilità della città catalana al regime è espressa anche nella lingua utilizzata.
Una pellicola che si va ad aggiungere ad altre che in questa stagione hanno rappresentato un egregio tentativo di raccontare pezzi di storia degli anni appena passati. Basti ricordare Bobby, sull’omicidio di Bob Kennedy che spezzerà le speranze di tanti statunitensi, e Il colore della libertà sulla vita di Nelson Mandela. Con quest’ultimo è incredibile, oltre alla questione della lingua,  l’analogia nel rapporto con la guardia carceraria che passa da un giudizio e voglia di repressione contro il prigioniero, nemico e  terrorista, fino alla complicità. Delizioso ed emozionante il momento in cui Salvador e il suo secondino si mettono a giocare a basket e a scacchi. Per un momento, anche in quella putrida prigione entra tanta umanità che va oltre le ragioni per cui sono lì dentro. Una scena simile a quando Mandela e il suo secondino si sfidano in una lotta con i bastoni.

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Pubblicato il 07 Maggio 2007
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