Il violino, la meccanica e Boninsegna
Intervista a Michele Graglia, neo presidente dell'Unione degli industriali della provincia di Varese
Quando ricorda una mitica partita di Yelverton o le rovesciate di Boninsegna o i lunghi giri sui tornanti delle Alpi svizzere con la sua moto Bmw, dietro gli occhialini fa capolino un delicato sorriso. Michele Graglia è il nuovo presidente dell’Unione degli industriali della provincia di Varese. Investito da una platea di imprenditori e da una calorosa telefonata in diretta di Montezemolo, era vistosamente emozionato.
La musica, la tecnologia, la matematica e l’organizzazione sono le altre sue grandi passioni. È un uomo riservato, ma non si sottrae a raccontare anche risvolti molto personali. «Pochi principi, ma ben solidi e con un valore assoluto: la coerenza». È quanto gli hanno trasmesso quelli che lui ritiene i suoi due più grandi maestri: suo padre e suo suocero.
Michele Graglia ha 46 anni, sposato, ha due figlie, Anna di 16 anni ed Elena di 13.
Come passa il tempo con la sua famiglia?
«Sto molto vicino a mia moglie che segue le nostre figlie con una continuità assoluta. Io ho avuto la fortuna di crescere in una famiglia dove mi è stata data una buona educazione e ora cerco di vivere questi insegnamenti. Con le mie figlie condivido la passione per lo sci, per la musica e la matematica».
Qual è stata la sua formazione scolastica?
«Ho studiato alla Dante e poi al liceo classico Cairoli. In seguito ho frequentato il Politecnico laureandomi in ingegneria meccanica. Nel frattempo mi sono diplomato in violino al Conservatorio di Bergamo. La mia passione era fare il progettista e questa è stata la mia strada».
C’è una frase famosa sugli ingegneri che afferma che questi funzionano e basta…
«Ha un fondo di verità. Nella mia esperienza non sono la fantasia, lo spirito di innovazione i miei punti di forza. Mentre ho una certa capacità organizzativa e gestioniale»
Qual è stata invece la sua formazione umana?
«La famiglia. È lì che ho ricevuto gli insegnamenti più importanti. Principi e valori forti che mi hanno formato e che sono ancora per me punti di riferimento. Mia mamma ha 84 anni e sento ancora con forza la sua guida. Lo stesso vale per mio papà che è scomparso due anni fa. Lui parlava poco, ma era molto chiaro e schematico ed ho ancora in mente quello che mi diceva».
Chi sono i suoi maestri?
«Ne potrei citare diversi, ma tra tanti certamente due: mio padre e mio suocero. Dal primo ho appreso l’importanza della coerenza. dal secondo l’etica e la professionalità rispetto al lavoro. Sono stato al suo fianco per vent’anni e mi ha insegnato moltissimo»
E i suoi miti?
«Sono molto razionale e fatico a perdere la testa per qualcosa. I miti appartengono al periodo giovanile. Ricordo però con piacere Paganini e Boninsegna».
Qual è stato il suo percorso professionale?
«La mia vita professionale è tutta legata all’azienda di famiglia (Sacchificio Tordera, n.d.r.). Ho avuto una possibilità diversa, molto affascinante a metà degli anni ’80, quando ho lavorato a una tesi di ricerca sperimentale al Ccr sull’energia nucleare. Un’esperienza a cavallo tra lavoro e studio e avrei potuto intraprendere una professione legata a quegli interessi. Poi per ragioni familiari ho scelto di andare nell’azienda di mio suocero. All’inizio mi occupavo di questioni per lo più tecniche e progettistiche e poi via via sempre più di gestione».
Lei è l’amministratore del Sacchificio Tordera. Un’azienda leader in un particolare settore e che rappresenta un esempio della capacità di stare sul mercato e sugli scenari internazionali con una forte capacità competitiva. Quali sono le ricette?
«Credo che ogni azienda e ogni prodotto abbia delle specificità. Noi operiamo in un settore molto di nicchia. Produciamo materiali che servono all’edilizia. Quindi pochissima creatività, poca innovazione, ma tanta organizzazione ed efficenza per stare sul mercato. Alcuni anni fa abbiamo deciso di accordarci con la Korsnas, un’azienda svedese che produce carta e che è molto forte. Ha dieci stabilimenti in Europa. Questa sinergia si è rivelata una scelta vincente. Da Varese spediamo in tutta Europa e anche in centro America. Siamo forti perché affidabili, precisi e il nostro mercato richiede alta qualità altrimenti si blocca tutta una filiera di prodotti. Noi forniamo un servizio per i nostri clienti garantendo 24 ore su 24 e il nostro prodotto è molto più avanti di quello cinese o statunitense».
Quando è iniziata la sua attività associativa all’interno di Univa?
«A metà degli anni ’90 quando sono entrato nel gruppo dei cartotecnici assumendone poi la presidenza. Quando nel 1999 Marino Vago divenne presidente mi propose di far parte della sua squadra come vicepresidente, carica che mi è stata poi confermata anche con i mandati di Alberto Ribolla».
E ora la presidenza. Come mai questo lungo impegno nell’associazione?
«Io non soffro di una mallatia pericolosa come l’egocentrismo. Ritengo però che in quest’epoca complessa ognuno debba impegnarsi per cercare di migliorare. Univa in questo ha un ruolo importante».
Quale?
«C’è uno scopo chiaro: far fare nel modo migliore possibile il proprio mestiere agli imprenditori. Per far questo dobbiamo valutare volta per volta le iniziative, i progetti che supportino le imprese. Non c’è quindi alcuna spinta di potere nella nostra attività. Oggi se ci limitassimo a fare i compitini gestendo bene i servizi avremmo vita più facile, ma l’associazione fallirebbe di fronte a sfide nuove. La piccola e media impresa in un mercato sempre più complesso e competitivo ha bisogno di essere supportata, accompagnata, guidata. Ne ha bisogno in tutte quelle attività fondamentali, quali l’innovazione, la ricerca, lo sviluppo di nuovi progetti dove da sola non ce la potrebbe fare. Ecco perchè tanto dinamismo da parte dell’unione. È finito il tempo in cui l’imprenditore può far tutto da solo».
A questo proposito cosa ne pensa della coesione sociale?
«È indispensabile perché le grandi problematiche che emergono oggi vanno affrontate da tutti i soggetti coinvolti. È molto difficile che le soluzioni vengano trovate da una sola parte ed è finito il tempo delle imposizioni. Certamente questo non deve essere presa come un’apertura al lassismo o a facili compromessi. Ognuno deve fare la propria parte con impegno. A Varese purtroppo spesso anche in presenza di interessi generali ci si perde dietro sterili polemiche. I problemi dovrebbero essere affrontati in maniera pragmatica, preideologica cercando soluzioni e poi considerando le diverse opzioni politiche».
Che rapporto ha con la politica, come la considera?
«L’attività politica non è interessante, è indispensabile. È un mondo che ha il suo fascino e spero che i miei interlocutori nei prossimi anni sappiano che io non sono disponibile a soluzioni di facili compromessi, ma ho una grande disponibilità di collaborazione. Per Univa l’attività politica è imprescindibile, non sono spaventato ma la trovo stimolante anche perché ha un ruolo fondamentale per la crescita del territorio».
Che ruolo sociale deve avere oggi l’impresa? Basta produrre ricchezza profitti?
«Per l’impresa oggi è obbligatorio avere una responsabilità all’interno della società dove opera. È altrettanto vero però che occorre che questo sia riconosciuto, che la società veda nell’impresa un elemento chiave della vita sociale di un territorio. In poche parole che si bilancino le questioni e si tenga conto della cultura dell’impresa».
Che rapporto ha con la tecnologia?
«Appassionante, mi piace molto soprattutto l’informatica, ma seguo tutte le tecnologie perché credo siano determinanti per lo sviluppo. Mi spaventa però quando si entra in certi contesti e si superano alcuni limiti. Penso al rapporto tra etica e tecnologia. Ogni tanto mi fermo a pensarci e fatico a trovare risposte. Comunque tutto ciò che è innovativo mi affascina».
Come siamo messi a questo riguardo?
«L’Italia deve fare ancora tanto. Deve investire e soprattutto preoccuparsi dello sviluppo dei cervelli aumentando il livello culturale di tutto il paese».
Lei usa internet?
«Sì anche se non sono un fanatico. Navigo cercando le cose che mi servono e non per passare tempo. Ho tante connettività e molte configurazioni anche con vari strumenti come il cellulare e so bene che questo mi condiziona un po’ ma non posso farne a meno».
Le sue grandi passioni?
«La musica, l’Inter, il basket e la moto»
Che cosa ascolta?
«Musica classica. Non c’è niente che possa eguagliare i grandi compositori del passato. Sono stato uno dei primi allievi del liceo musicale di Varese. Una passione che poi non è tanto diversa dalle strade che avrei intrapreso e dal mio carattere. C’è tanta matematica e ordine nella musica».
E l’Inter?
«Sono nato nel 1961 e a quale squadra si poteva tenere? Poi nella mia famiglia erano tutti juventini e una qualche ribellione bisognava averla».
Ha festeggiato lo scudetto?
«Certamente!»
E la Champions del Milan?
Si ferma a sorridere… «Per diplomazia diciamo che fa bene al Paese che una squadra italiana abbia vinto…».
Il più grande giocatore di basket a Varese…
«Manuel Raga e Charlie Yelverton, ma il secondo su tutti. Ricordo ancora una partita contro Bologna. L’ha vinta lui da solo».
Le Bwm sono la sua passione. Come la mette con la nostra Mv Agusta e con la sicurezza?
«Sono un Bmwista da sempre, ma ci si può sempre convertire. Quanto alla sicurezza credo che ci sia un problema di fermezza e di rispetto delle norme. Occorre che si arrivi a una maggiore responsabilità di tutti. Da genitore quando mia figlia mi chiede il motorino sono preoccupato, ma poi prevale la coerenza. Io ho iniziato da giovanissimo a coltivare questa passione. Certo oggi c’è molto più traffico e molta meno educazione».
Dove le piace andare in moto?
«Sicuramente sulle montagne svizzere. È fantastico sia per i paesaggi che per il percorso vero e proprio perché le autostrade mi annoiano».
Cosa le piace di più di Varese?
«La concretezza e la natura. Il nostro non sarà un bel territorio per l’architettura, ma guadagniamo punti su punti per l’ambiente».
E cosa le piace meno?
«L’incapacità a condividere qualsiasi cosa. Siamo chiusi e individualisti e questo è un limite».
Cosa copierebbe dagli altri paesi?
«Un po’ di civismo, un po’ più di rispetto per il proprio paese. Ci vuole più ordine. Questo spesso è considerato un freno alla nostra fantasia, ma credo varrebbe la pena correre questo rischio».
Che ne pensa dell’Insubria? È un territorio vero o un’invenzione?
«Perché un’invenzione? È un territorio vero che ha radici comuni e che ha caratteristiche simili. È un bene per tutti noi cercare di allargare i nostri confini e dobbiamo sfruttare tutte le potenzialità che questo ci porterà».
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