Ulrike Meinhof, una storia ancora da scoprire
L’8 maggio del 1976 era una domenica. Alle 7,43 due agenti di custodia aprirono la cella 719 del carcere di Stammehim e trovarono Ulrike Meinhof impiccata alle sbarre della finestra. La notizia della sua morte provocò reazioni in tutta Europa. Non solo nella Repubblica federale tedesca, dove lo scontro tra la Frazione armata rossa (Raf) e lo Stato si inasprì, avvitandosi in una spirale di violenza che toccherà il suo culmine nell’autunno del 1977. In Francia, ad esempio, furono presi di mira i simboli della Germania occidentale: il Goethe Institut e la Volkswagen. Da noi, a Roma, furono lanciate bombe incendiarie contro Villa Massimo, sede dell’Accademia tedesca. Tra i movimenti che oggi definiremmo “antagonisti” ma anche negli ambienti intellettuali progressisti si diffuse l’opinione che la terrorista tedesca in realtà “fosse stata impiccata”. Così come l’anno seguente ci si convinse che Andreas Baader, Gudrun Ensslin e Jan-Carl Raspe “fossero stati suicidati” nelle loro celle, nello stesso carcere di Stammehim.
Questi nomi si agitano come fantasmi nella memoria di chi, in quegli anni, aveva già raggiunto l’età della ragione. Oggi a questi fantasmi è possibile attribuire una consistenza ed uno spessore storico grazie alla biografia della Meinhof pubblicata in Germania nel 2003 dal giornalista Alois Prinz e proposta ora in italiano dalla casa editrice Arcana.
Occuparsi della biografia di un personaggio che negli Settanta fondò uno dei più famosi gruppi terroristici d’Europa, che dichiarò guerra allo Stato tedesco e sulle cui spalle pesò l’accusa di omicidio plurimo, non è cosa semplice. C’è sempre il rischio che qualcuno legga, dietro questo interesse, la tentazione di riabilitare pagine dolorose di un passato ancora molto vivo nella memoria collettiva. È il rischio che si corre in paesi come la Germania (e come l’Italia) che non sembrano ancora in grado di affrontare pacatamente i nodi problematici di quegli anni e di quegli eventi. Anche per il ciclico riaffiorare di personalità criminali che a quel passato arbitrariamente si richiamano.
La storia tuttavia, benché pessima maestra, aiuta a comprendere e a distinguere. E non solo ciò che è alle nostre spalle.
Ulrike Meinhof era nata nel 1934, un anno dopo, cioè, la presa del potere di Hitler. La sua infanzia fu segnata quindi dall’esperienza della guerra oltre che da eventi familiari drammatici (perse presto entrambi i genitori e visse con una madre adottiva progressista e culturalmente e politicamente impegnata). Di fede cristiana, maturò in un paese la cui vita politica, forse più che in altri Stati occidentali, fu profondamente segnata dal surriscaldarsi della Guerra fredda. Come la sua madre di adozione, Renate Riemeck, anche Ulrike si impegnò attivamente per impedire l’adozione di armi nucleari nella Germania federale, promossa dal cancelliere Adenauer sin dal 1957. Per una gioventù sopravvissuta all’esperienza nazista, tramontò incomprensibilmente il sogno di un futuro pacifico. E dieci anni dopo, mentre già si manifestava per il Vietnam, fu ulteriormente frustrante dover constatare il fallimento di un’alternativa politica di stampo socialista, schiacciata dal trionfo della prima Grande coalizione tra cattolici (Cdu) e socialdemocratici (Spd). Günter Grass scrisse in quella occasione (siamo nel 1966) a Willy Brandt per avvertirlo che, a seguito di questo innaturale connubio, i giovani avrebbero voltato le spalle allo Stato, disperdendosi a destra e a sinistra.
Se questo contesto può spiegare il diffondersi di un’insoddisfazione e la ricerca di un radicalismo che troveranno espressione in mille forme nel ’68, non sono sufficienti tuttavia a spiegare come mai una donna, affermatasi come giornalista di rilievo nazionale, in grado di produrre affilate analisi sul suo tempo e di promuovere accorate denunce, sia potuta arrivare alla determinazione di lasciarsi tutto dietro le spalle, di mettere da parte i sentimenti profondi che la legavano alle sue due figlie, per precipitare nella follia dell’azione armata rivolta contro lo Stato.
Ai molti che avevano abbracciato un impegno politico totale, il mondo sembrò inesorabilmente proiettato verso modelli economici e politici che sbarravano le porte ai sogni di pace, di giustizia e di uguaglianza. Si diffuse lentamente quella sensazione che qualcuno ha descritto come una “utopia negativa”: ci si sentiva circondati da un “mondo esterno” avverso, freddo, malvagio contro il quale bisognava difendere l’ultimo scampolo di libertà e di felicità. Chi visse questa condizione malinconica fu portato a sviluppare atteggiamenti paranoici; tutto appariva strettamente collegato e interdipendente: le bombe in Vietnam, il comportamento brutale della polizia, i ragazzi che vivevano nei riformatori, la frustrazione delle donne lavoratrici.
Per Ulrike Meinhof il passaggio ad un’altra vita fu segnato dal salto da una finestra nel maggio del 1970, quando, aiutando Andreas Baader ad evadere, scelse la clandestinità e la lotta armata. Dopo un periodo di addestramento in un campo di Al Fatah in Giordania ed una lunga fase organizzativa, il gruppo terroristico tedesco avviò una campagna dinamitarda che si concluse con l’arresto nel giugno del 1972. Nessuno dei leader sarebbe sopravvissuto al carcere.
Resta da spiegare come mai quelle scelte senza via d’uscita, quei comportamenti distruttivi, l’idea di una politica costruita sulle “canne dei fucili” abbia esercitato per molti un indiscutibile fascino. In quel lontano maggio del 1976 quasi cinquemila persone si radunarono presso il cimitero di Mariendorf per dare l’estremo saluto alla teorica della Frazione armata rossa.
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Alois Prinz,
Disoccupate le strade dai sogni. La vita di Ulrike Meinhof
[traduzione di Monica Marotta]
Roma
Arcana, 2007,
p. 247
Euro 14,00
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A proposito…
«L’uomo ama costruire, e tracciare strade, è pacifico. Ma da che viene che ami appassionatamente anche la distruzione e il caos?»
Fedor Dostoevskij
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