Le ipocrisie del ciclismo mondiale
Mi sento un po’ chiamato in causa dalla lettera del signor Rimoldi, soprattutto per l’amicizia che mi lega al giornale e ai colleghi di Varesenews. L’appello del lettore non poteva che essere raccolto da chi, partito dalla redazione di Marco Giovannelli, ha visto il Tour per sei anni consecutivi come inviato per una testata specializzata: cinque anni di regno di Lance Armstrong e uno di anarchia con il dopato Floyd Landis in maglia gialla a Parigi. L’ultimo americano ha festeggiato al traguardo di fronte al mondo e, soprattutto, di fronte agli organizzatori della corsa che già sapevano del disastro ma che fingevano di applaudire, per non compromettere la propria immagine e il business: quattro giorni dopo, a luci spente sullo show, venne fatto scoppiare lo scandalo. E’ andata così, ma i pochi l’hanno saputo: soltanto una manciata di giornalisti, in tutto il mondo, l’hanno scritto e, senza presunzione, ma con un pizzico di orgoglio il sottoscritto (pesce piccolissimo dell’informazione) l’ha fatto. A qualcuno sembrerà un piccolo aneddoto, ma è un episodio che in realtà inquadra bene questo mondo, ipocrito e sgangherato, che gravita attorno al ciclismo professionistico.
Quest’anno, la partenza da Londra e altri aspetti folkloristici ammetto che un po’ mi allettavano. Ha poi prevalso il senso di nausea, troppa ipocrisia, tanta amarezza: chi ama il ciclismo e lo deve raccontare da giornalista non può non andare in crisi di fronte a questo panorama desolante. Per la prima volta, da quando lavoro alla rivista Ciclismo, ho girato al largo da quella che viene definita la corsa più grande del mondo: di storie da raccontare ce ne sono anche altrove, per fortuna.
In questi mesi, in questi anni gli scandali doping sono diventati purtroppo compagni inseparabili del mio lavoro, ho vissuto in prima persona tutte le vicende, anche se a volte ha prevalso, come un istinto, la voglia di autocensura. Cosa sta accadendo veramente nel ciclismo? Come mai assistiamo, ormai ogni giorno, a un escalation di vicende che hanno a che fare più con la cronaca nera e giudiziare che con lo sport?
Dal mio modesto e parzialissimo punto di vista, ciò che vedo è uno sport che sta cercando in tutti i modi di voltare pagina, ma non ci riesce. Il ciclismo si sta accartocciando su se stesso, colpita a morte da una crisi che non affonda le radici nel doping, ma un complesso intreccio di politica e business. I corridori di oggi sono molto meno dopati di quelli di che imperversavano dieci anni fa, lo dicono dati e informazioni scientifiche, sono molto più onesti della generazione dei Pantani, per intenderci: eppure passano per malviventi. I quotidiani quasi giustificano e perdonano l’omicida e il tossicodipendente, ma distruggono il dopato, oggi. Il corridori di oggi pagano responsabilità proprie e, soprattutto, incassano le conseguenze di quindici anni di gestione assurda e vergognosa: all’inizio degli anni Novanta, con il benestare di TUTTI, il ciclismo è entrato nell’era dell’epo e del doping ematico e da allora è entrato in un circolo vizioso senza uscita.
Parliamoci chiaro: il ciclismo professionistico è business ed è da questo punto di vista che bisogna leggere ogni vicenda più o meno scabrosa. Ora, questo business sta andando in crisi e, come d’incanto, le istituzioni dello sport, per troppo tempo compiacenti, hanno capito che la situazione va invertita e impongono un giro di vite con controlli molto più severi o, in alcuni casi, con operazioni di facciata. Risultato? Uno scandalo al giorno.
Ragazzi di venti/trent’anni sono travolti da una repressione doverosa, ma a senso unico e, lo ripeto, ipocrita. L’aspetto più paradossale del ciclismo è proprio questo: il corridore, ovvero, il principale attore di questo sport è l’elemento più debole dell’intero sistema, piccoli uomini abituati a spianare le montagne, ma incapaci di reagire e di voltare pagina. Perché? Perché il sistema ciclismo è dominato da ben altre figure, gente senza scrupoli che gestisce questo mondo da venti/trent’anni, ad ogni livello, dietro le quinte, tra i tecnici, tra i giornalisti e, soprattutto, tra gli organizzatori dei grandi Giri. Già, gli organizzatori del Tour, Giro e Vuelta: gli unici che incassano denaro, tanto, dai diritti televisivi. E i diritti televisivi costituiscono la fetta più grossa dell’intero business del ciclismo. Dietro a questo business, in questi anni, si sta infammando uno scontro politico che, negli ultimi tempi, è degenerato enormemente: non mi stupirei che tutti questi scandali doping non fossero casuali.
Sì, ma agli appassionati, ai tifosi, ai telespettatori cosa arriva di tutto ciò? Nulla, e probabilmente non interessa nemmeno. La gente soffre e si scandalizza per ciò che vede: e il ciclismo, visto in questi mesi, è davvero triste. Però, occorre ricordare questa situazione mette in crisi un intero sistema.
Il Tour de France, per dare un’idea, muove il 70% del business mondiale del ciclismo. Si tratta di un affare commerciale da oltre 130 milioni di euro. Ma oggi i veri padroni del vapore cadono dalle nuvole, si scandalizzano, mostrano indignazione contro i dopati: possibile che si accorgano solo ora che il giocattolo ciclismo non funziona più? E non dimentichiamo le colpe, tante, di media: l’ipocrisia, magari non interessa al lettore, ma c’è. Per questo motivo non posso accettare che Mario Sconcerti, oggi, pontifichi sul Corriere della sera: per essere più credibile, usi la stessa solerzia nel chiedere controlli VERI anche alle squadre di calcio di serie A, gli stessi che fanno i ciclisti ogni giorno. E allo stesso modo, trovo scandaloso che la Gazzetta dello sport faccia del moralismo su questa storia: ma come?! Per vent’anni ci hanno raccontato imprese leggendarie e oggi ci vengono a dire: “dieci anni fa, tutti usavano l’epo, tutti lo sapevano”. Ma hanno taciuto: TUTTI. Molto ci sarebbe da aggiungere, non basterebbe un libro…
La community di VareseNews
Loro ne fanno già parte
Ultimi commenti
mike su La neve in montagna continua a sciogliersi. Contro la siccità si aspetta la pioggia
Felice su La festa "techno" nei boschi di Lonate Ceppino causa proteste
Rolo su Pullman in sosta con i motori accesi, la segnalazione e la risposta di Autolinee Varesine
lenny54 su "C'è del dolo nelle modifiche al Superbonus"
Felice su Architetti, geometri, ingegneri e costruttori all'unisono: "Da Super Bonus a Super Malus"
Felice su Dentro la loggia del Battistero di San Giovanni a Varese restituita alla città





Accedi o registrati per commentare questo articolo.
L'email è richiesta ma non verrà mostrata ai visitatori. Il contenuto di questo commento esprime il pensiero dell'autore e non rappresenta la linea editoriale di VareseNews.it, che rimane autonoma e indipendente. I messaggi inclusi nei commenti non sono testi giornalistici, ma post inviati dai singoli lettori che possono essere automaticamente pubblicati senza filtro preventivo. I commenti che includano uno o più link a siti esterni verranno rimossi in automatico dal sistema.