Le recensioni degli ultimi film

Buone le proiezioni in Piazza grande e nel concorso internaziale

Waitress, Cameriera, di Adrienne Shelley, proiettato mercoledì davanti a 3 o 400 coraggiosi in una Piazza Grande investita dal diluvio avrebbe potuto aspirare certamente al premio del pubblico se il pubblico non fosse stato così ridotto (al FEVI lo hanno visto almeno altri 3000 ma siamo lontani dal pubblico della piazza al completo).

Waitress è una commedia sentimentale americana che racconta della vita di una giovane cameriera, genio della pasticceria, combattuta tra un marito violento e vessatore e una passione extraconiugale, tra il lavoro e la speranza di una vita diversa, tra le speranze concentrate sul figlio che sta per avere e il timore di restare per sempre schiava di una realtà senza sbocchi.

Una storia semplice, come i suoi protagonisti, che corre piacevolmente verso l’inevitabile lieto fine, un film divertente ma senza eccessivi slanci che mette in mostra in modo divertito un processo di crescita personale e sentimentale di una persona, in fondo, qualunque, che si distingue nel mondo solo per la sua incredibile abilità ad inventare dolci.

Dopo Waitress, Locarno ha reso omaggio ad Edward Yang, con la proiezione di Yi Yi, titolo pressoché  intraducibile costituito da un ideogramma che si dovrebbe leggere “1 + !” ma che più che il valore aritmetico indica l’azione del sommare mantenendo distinti gli oggetti sommati.

Il film è infatti la somma di una serie di piccoli eventi sentimentali collegati fra loro che si intersecano senza diventare un solo processo: c’è un padre che incontra il suo primo amore dopo 30 anni, mentre la figlia adolescente conosce il proprio e il fratello più piccolo scopre per la prima volta la diversità delle  bambine. Intorno a loro un mondo dominato da relazioni altrettanto e forse ancor più complesse, che anch’èesse finiscono con l’intrecciare le vite dei protagonisti.

A scandire e unire tutte le storie, la nonna malata, in coma, a cui tutti i componenti della famiglia raccontano le loro vite perché il medico ha suggerito di parlarle in continuazione per favorirne la ripresa.

Un film complesso quindi, a volte anche difficile da seguire, ma che alla fine lascia il senso di avere seguito una parte del percorso dei protagonisti, condotti nei loro sentimenti attraverso vicende paradossali e insieme assolutamente comuni.

Giovedì sera due grandi film in Piazza Grande “The Drummer” e “1408”
The Drummer , il percussionista, probabilmente manterrà anche in italiano il titolo originale, è realizzato in versione originale bilingue mandarino/cantonese (due dialetti cinesi di fatto diversi tra loro quanto possono esserlo l’italiano e il francese) segna l’esordio sul grande schermo del giovane Jaycee Chan, figlio del ben più noto Jacky Chan, re delle arti marziali in versione commedia e protagonista di molti successi commerciali negli ultimi anni.

Jaycee interpreta Sid, un giovane di Hong Kong, figlio di un boss delle triadi e batterista in un gruppo di successo, che commette l’errore di allacciare una relazione con l’amante di un altro boss, ben più potente del padre; scoperto dovrà fuggire a Taiwan dove inizierà a costruirsi una nuova vita unendosi a un gruppo di monaci Zen, dediti al suono rituale dei tamburi.

Il percorso di Sid sarà insieme musicale e religioso e gli consentirà di capire la forza della sua musica e di trovare un suo ruolo nel mondo, superando una dura educazione sia fisica che psicologica.

Gran parte del film scorre così alternando le scene di violenza criminale che caratterizzano la vita del padre ad Hong Kong e la battaglia per trovare se stesso del giovane musicista.

Emozioni degne di un noir da una parte, “bildungsroman” (romanzo di formazione) dall’altra, in un accostamento che crea un film divertente e ricco di spunti.

“1408” (leggetelo 14 –08) è, secondo le parole del regista Mikael Hafstrom “il primo film tratto da un libro Stephen King diretto da uno svedese” battuta che dice soprattutto quanto lo scrittore americano si diventato ormai una figura mitica nel mondo.

La stanza 8 del 14° piano del Dolphin hotel di New york è la protagonista di un horror claustrofobico interpretato da John Cusack e Samuel L. Jackson.

Cusack si guadagna da vivere scrivendo libri di grande successo a proposito di alberghi infestati, quando riceve una cartolina che lo invita a non visitare la stanza 1408 del Dolphin, prenota immediatamente, convinto di imbattersi nella solita leggenda da trasformare in un capitolo del prossimo libro.

Lo scrittore infatti è uno scettico assoluto ma “la stanza”, nella quale come gli spiega il direttore dell’albergo (Jackson) nel tentativo di dissuaderlo, nessuno è mai rimasto più di un’ora e dove ben 56 persone hanno perso la vita, gli farà cambiare idea…

La “haunted room” riserverà al malcapitato minacce oltre ogni immaginazione, tentando di portarlo alla follia e alla morte, basteranno pochi minuti allo scettico scrittore per decidere di non voler tentare di restare lì oltre la singola ora che nessuno aveva mai oltrepassato, ma la stanza lo chiude al suo interno e lo porta attraverso tutti i suoi orrori.

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Pubblicato il 10 Agosto 2007
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