Io varesina vi racconto la Corea
Silvia Cristin parla quattro lingue, tra cui giapponese e coreano, e ha messo radici in estremo oriente. La Rai le ha dedicato un'intervista
È una bella storia quella di Silvia Cristin, che con la sua laurea in filosofia del linguaggio, le quattro lingue parlate, tra cui giapponese e coreano, ha messo radici in estremo oriente. Pensava di fermarsi un anno «nel frullatore della vita caotica e veloce di Tokio», che tanto le piaceva, studiando giapponese e insegnando italiano. Poi altri sei mesi sono stati la svolta della sua vita: il fidanzamento con un coreano, la nascita di Letizia, 3 anni, e di Lorenzo di appena 6 mesi. Ora tutti a casa a riprendere la vita coreana.
Sua figlia Letizia come vive la multiculturalità?
«Per lei è normale che io parli una lingua, suo papà un’altra, anche se al momento, con la permanenza in Italia, sembra aver perso il coreano e quando dialoga al computer via webcam, coi nonni o col papà, se non capisce, senza scomporsi risponde quello che le passa per la mente. Vive un mondo tutto suo, come del resto tutti i bambini».
Silvia, perché la scelta di aprire un blog?(Http://corea.splinder.com/) su Internet?
«L’ho fatto prima per tenermi in contatto con parenti e amici. Poi però con il tempo, scrivendo e scrivendo, è diventato una finestra sulla Corea di oggi perché tratta notizie, attualità politica, costume e società. Tutto quello che mi colpisce. La Rai mi ha recentemente chiesto una intervista».
Cosa unisce e cosa divide le due Coree, così lontane dalla nostra cultura?
«Sono state per secoli uno stato unitario e molto omogeneo, niente di paragonabile alle nostre regioni, poi da cinquant’anni si sono evolute in due direzioni completamente diverse. La corea del sud ha assorbito molto dall’occidente, soprattutto per la massiccia presenza di soldati americani che sono ancora di stanza, dato che le due coree non hanno mai firmato un trattato di pace. Seul, coi suoi dieci milioni di abitanti, non è molto diversa da qualsiasi altra megalopoli, almeno in superficie. La Corea del nord è completamente isolata, le informazioni sono filtrate e adattate alla propaganda di partito. Capita spesso che i rifugiati nordcoreani, che raggiungono la Corea del sud, non capiscano il coreano parlato perché infarcito di vocaboli stranieri, o semplicemente perché la lingua cambia e il significato di certe parole è slittato. Paradossalmente in Italia esistono meno pubblicazioni sulla Corea del sud che del nord e di Kim Jong-Il sappiamo davvero tutto. Persino il suo cuoco ha scritto un libro su di lui».
Dal tuo osservatorio privilegiato, ora che la Corea del nord rinuncia al nucleare, come vedi il futuro?
«I sudcoreani hanno un atteggiamento abbastanza ambiguo, da una parte si sentono una sola nazione e vorrebbero riunificarsi ma, pragmaticamente, sono spaventati dai costi economici e sociali di un eventuale crollo del nord. La riunificazione verrebbe a costare dodici volte quello che è costata la Germania unita.
Oggi è in atto una politica di apertura, chiamata sunshine policy che ha aperto alcune brecce nel monolite nordcoreano, con delle zone franche dove delle industrie del sud impiegano manodopera nordcoreana e la zona turistica del monte Kumgang è accessibile ai sudcoreani. Il 19 dicembre è stato eletto il nuovo presidente, Lee Mun-bak del partito conservatore. Mi immagino un po’ di tensione all’inizio perché le due parti dovranno prendersi le misure reciprocamente. la Corea del nord continuerà comunque ad aprirsi poco a poco, ma nessuno può prevedere quando e se i due stati potranno ritornare ad essere uno. Più vicino vedo invece il trattato di pace tra le due coree, ne hanno parlato i due leader lo scorso ottobre a Pyongyang. La cosa riguarda anche gli Stati Uniti e probabilmente non avverrà prima del cambio di presidenza in USA. Cioè solo dopo Bush».
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